Corruzione, affaristi, faccendieri, principi e birbantelli: siamo un paese di stupidi?

Veder passare sotto i propri occhi una grande quantità di denaro deve essere una sensazione singolare. Pulseranno di più le vene ai polsi?
Con tanti, tanti soldi si mettono a posto un sacco di cose: la casa, la macchina, e poi la casa al mare, la barca. Francamente non c’è uomo che possa resistere facilmente alla tentazione di diventare “qualcuno” all’improvviso e disporre di tantissimo denaro. E’ l’unità di misura di ciascuno di noi, un indicatore oggettivo che spazia e che va dal superattico di Piazza di Spagna a Roma al brodino raccolto con la posata d’argento.
La corruzione è un atteggiamento divenuto “pacifico”. Qui non si tratta di etica, educazione e responsabilità varie. Siamo al cospetto di una norma tacita ed efficace che viene sistematicamente applicata da chi ha la possibilità di corrompere o di essere corrotti. “Tanto se non lo faccio io sarà un altro a farlo” si dice seraficamente poggiando la coscienza su un soffice malloppo di bambagia.
Il cinismo che avviluppa e contraddistingue tutti i corruttori ed i corrotti è di fenomenale portata. Non tutti possono vivere da ricchi, che mondo sarebbe? D’altronde neanche tutti possono curarsi la salute. La stessa sofferenza diventa una componente endemica dell’esistenza e pazienza se una parte, una fetta dell’umanità muore, magari di stenti. Che? Possiamo mica curare e salvare tutti?
Il coro dei dissidenti, dei denunciatori da quattro soldi, fanno solo della demagogia spicciola. La vita è il vassallaggio normale della creazione di unità destinate chi a primeggiare, chi a soccombere. Al cospetto di Dio che pare abbia prospettato queste evenienze, tutto fila liscio come l’olio, come liscio fila al cospetto degli uomini: “anche io farei lo stesso, credi che sia scemo? Se mi lamento è solo perché non posso farlo io, magari potessi” si sente continuamente dire nei bar sotto casa.

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