Vite spezzate

di Francesca Galvagno

Si è svolta, domenica 7 febbraio, la XXXII Giornata per la Vita indetta dalla Conferenza Episcopale Italiana. Nell’occasione, il Consiglio permanente della CEI ha diffuso un documento dal titolo: “La forza della Vita, una sfida nella povertà”. Il messaggio in esso contenuto è stato ripreso da Benedetto XVI durante l’Angelus in piazza San Pietro. Ma la celebrazione di questa giornata religiosa è ricorsa pochi giorni dopo la notizia di uno sconcertante suicidio. Si tratta del giovane Andrea, originario di Ponte di Piave, comune del Veneto, di soltanto diciassette anni che, dopo aver lasciato su Facebook un proprio intervento sulla morte, ha preso il fucile da caccia del padre e, indirizzandolo verso il proprio corpo, ha fatto partire il colpo fatale che lo ha lasciato esanime sul letto. Non si poteva non pensare ad Andrea mentre il Santo Padre pronunciava le sue venerabili parole ricordandoci che in Italia si stava celebrando la “Giornata per la Vita”. Ed è molto probabile che anche la madre di Andrea, in quel momento, si trovasse proprio davanti allo schermo della sua televisione per ascoltare le parole del Pontefice, nella speranza di trovare quella fede nella quale, adesso, forse non ne ricorda più neanche il senso. Benedetto XVI, commentando il documento episcopale, ha ricordato che il fine dell’uomo non è il benessere, ma Dio stesso. E che l’esistenza umana va difesa e favorita in ogni suo stadio. Nessuno, infatti, è padrone della propria vita, ma tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla, dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale. Parole, in un certo senso, giuste, ma in grado di portare conforto a quella donna ora non più madre rimettendo nel suo animo il seme della speranza? Andrea era quello che comunemente viene definito “un bravo ragazzo”: buoni voti a scuola, la sua vita andava avanti nella più comune normalità. Questo, almeno, si diceva di lui. Forse, noi non sapremo mai cosa l’abbia spinto all’estremo gesto e perché abbia deciso che la sua vita fosse durata già abbastanza a dispetto di Papi, Vescovi e giornate celebrative. Ma se mancano le risposte, restano invece gli interrogativi, poiché non ci si rassegna al suicidio di un adolescente. Anzi, ci si aspetta che queste arrivino proprio da quei vescovi che nel documento episcopale hanno affermato di “conoscere Cristo, la Vita vera, sapendo quindi riconoscere il valore della vita umana e quale minaccia sia insita in una crescente povertà di mezzi e di risorse”. E ancora, gli illustri prelati, hanno dichiarato a chiare lettere di “essere al servizio della vita donata da Cristo”, sentendosi quindi in dovere di “denunciare quei meccanismi economici che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi”. Nella foga dei proclami, la Conferenza Episcopale, riunita in Consiglio, è riuscita anche a contraddirsi in poche righe, affermando che “la crisi economica che stiamo attraversando può costituire un’occasione di crescita. Essa, infatti, ci spinge a riscoprire la bellezza della condivisione e della capacità di prenderci cura gli uni degli altri. Ci fa capire che non è la ricchezza economica a costituire la dignità della vita, perché la vita stessa è la prima radicale ricchezza e, perciò, va strenuamente difesa in ogni suo stadio, denunciando ancora una volta, senza cedimenti sul piano del giudizio etico, il delitto dell'aborto”. Al di là dell’evidente antinomìa tra condanna ed esaltazione del disagio economico, il messaggio è chiaro davvero, anzi illuminate: ecco chi ci dirà perché Andrea si è suicidato. Agli insigni padri della Chiesa chiediamo risposte. Nei vostri studi ben riscaldati, sulle vostre scrivanie di legno massello da dove lanciate le vostre condanne morali contro il delitto dell’aborto, scrivete anche le risposte da dare alle giovani madri che prendono su di esse la decisione di mettere al mondo il proprio figlio, pur non sapendo cosa mangerà e, soprattutto, non avendo gli strumenti per condurre la battaglia della vita. Perché ciò che sembra sfuggire più di ogni altra cosa, è che per vivere molte persone debbano condurre una vera e propria battaglia, da soli, contro i giudizi affrettati della gente che non si cura certo del loro dramma, contro i preconcetti e il bigottismo diffuso. Che risposta dare a quelle madri che assistono al suicidio del proprio figlio e che passeranno il resto della loro vita a chiedersi in cosa hanno sbagliato, assumendo erroneamente su se stesse una responsabilità che, invece, ricade sempre e comunque sulla collettività tutta, sui nostri educatori, non ultimi, quindi, anche i rappresentanti del clero? Questi ultimi, difatti, nonostante perdano qualche vita per strada, non si fanno mancare l’ennesima occasione per insegnarci quanto la vita stessa sia la “prima radicale ricchezza”. Tuttavia ritengo, in questo contesto e alla luce delle riflessioni fatte, che il vero messaggio che dovrebbe entrare nelle case degli italiani più attenti e sensibili ai fatti di cronaca nel merito dei veri valori della vita non possa essere soltanto quanto essa sia preziosa, piuttosto lo scollamento, il grande divario esistente tra i proclami e le condanne morali di tanti illustri rappresentanti della Chiesa e le battaglie condotte tutti i giorni da chi sa che, per dirla con le parole della famosa canzone di Lucio Dalla, “Santi che pagano il mio pranzo non ce n’é…”.

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