Berlusconi l’israeliano

di Chiara Scattone

“Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino. Un premier non può essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente e il fatto che restando al mio posto possa mettere un grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte, perché anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri. Dimostrerò che le accuse sono infondate da cittadino qualunque”. Così Ehud Olmert, in una sua pubblica dichiarazione televisiva, indagato due anni fa – e dimessosi per questo – a causa di un finanziamento elettorale di 150 mila dollari non dichiarato e per avere acquistato sotto costo un appartamento di 300 mq in uno dei quartieri più lussuosi di Gerusalemme. Il premier Berlusconi di recente ha visitato Israele: si è fermato solo tre giorni, accompagnato da una folta carovana di aficionados composta da ben sei ministri e un centinaio tra segretarie e portaborse. La sobrietà, oramai lo abbiamo capito, non è una virtù della politica italiana. La visita del capo del Governo è stata anticipata da un suo lungo articolo apparso qualche giorno prima sul quotidiano israeliano Haaretz, dove Berlusconi non ha mancato di proporre agli israeliani la ‘sua’ lezione sulla democrazia, attaccando giudici e magistrati che indagano su di lui e tentano di processarlo, nonché insultando i giornali e i giornalisti che lo criticano. L’accoglienza dei lettori israeliani è stata fredda e stupita. I giornalisti e i giornali in Israele sono piuttosto abituati a criticare i presidenti del Consiglio e della Repubblica, nonché l’operato dei ministri. I giudici israeliani sono soliti condurre indagini e processare i politici responsabili di fatti illeciti. Come dimenticare quando, durante gli anni ’70 del secolo scorso, Yitzhaz Rabin si vide stoppare la carriera dai giudici che avevano aperto un’inchiesta su di lui proprio per conto della propria moglie? Il suo esempio non è stato il primo, né l’ultimo, di tutta una serie di inchieste aperte e regolarmente portate avanti dai tribunali israeliani nei confronti di uomini politici noti e meno noti. Si pensi anche ad Ariel Sharon, che venne fermato più volte dalla giustizia nazionale prima nel corso di un’inchiesta sulla guerra condotta in Libano – durante la quale avvenne la tremenda strage falangista di palestinesi a Sabra e Chatila – e successivamente si trovò coinvolto in un’inchiesta condotta su finanziamenti illeciti al suo partito. La storia di Israele, o per meglio dire della politica israeliana, è piena di casi simili a quelli sopra descritti. La democrazia si comporta così: la legge è uguale per tutti i cittadini, siano essi semplici votanti che politici o capi di Stato e di Governo. Il rispetto della legge è necessario, perché garantisce anche il rispetto dei diritti fondamentali di ciascuno, perché assicura il mantenimento dell’ordine civile e tutela le libertà individuali di ciascuno. Non esiste una legge differente a seconda dello status sociale del cittadino cui essa è rivolta. E non esiste, oserei dire per fortuna, il desiderio di nessuno, semplice cittadino o parlamentare, di richiedere e di invocare la creazione di un diritto ad hoc, di una legge ad personam, di un lodo (Schifani o Alfano), di accampare legittimi impedimenti, di proporre immunità parlamentari, di richiedere di essere giudicato non dai giudici ma dai “miei pari”, di ricorrere alle minacce di riformare i codici per abbreviare i processi rendendoli così incapaci di portare avanti le indagini e consegnare i colpevoli alla giustizia, di portare in parlamento i propri avvocati, di lasciare che questi ultimi dettino suggerimenti per compilare leggi a favore del proprio cliente. Israele, Paese certamente criticabile per la sua politica ‘estera’ e interna nei confronti del popolo palestinese e dei cittadini arabo – israeliani, ha sempre dimostrato il desiderio di volere garantire e mantenere un atteggiamento ‘democratico’ in tutti gli aspetti della vita civile, politica e sociale dello Stato. In un Paese come l’Italia, gli atteggiamenti democratici dei politici, di tutti i politici, sia di quelli parlamentari, sia di quelli comunali e rionali, non sono mai dati per scontato. Anzi, il contrario sembrerebbe essere diventato la normalità: la critica che essa provenga da uno specifico giornale o da un coro durante una manifestazione di piazza, si trasforma immancabilmente in ‘attacchi violenti e terroristici’ in ‘istigazioni alla violenza collettiva’, in ‘campagne di odio’. Ci si dimentica che la critica e le diverse opinioni espresse da tutti sono probabilmente alcuni degli aspetti fondamentali di uno Stato democratico, dove la legge è uguale per tutti e dove “anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri”.(Laici.it)

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