Ancora uno stupro a Padova. Riflessioni su un grave problema non razziale

di Carlo Di Stanislao

I fatti risalgono al dicembre scorso, ma sono stati tenuti segreti per consentire alle indagini di fare il proprio corso. E nella notte di ieri, 25 gennaio, la conclusione (se così può dirsi), con l’arresto del trentatreenne rumeno Fanica Tandara, che appunto a dicembre avrebbe stuprato, in un casolare a pochi chilometri da Padova, una ragazzina di appena 13 anni. Tandara, che si trova nel carcere circondariale di Padova, a disposizione del pm Vartan Giacomelli, deve rispondere anche del reato di sequestro di persona. Ma non lasciamoci ingannare dalla nazionalità dello stupratore. I dati più recenti del Vicinale ci dicono, infatti, che in sei casi su dieci gli autori delle violenze sessuali sono italiani e, nel nostro Paese, si consuma una media (dal 2008) di 13 stupri al giorno. Ma la cosa ancor più allarmante è che, secondo recenti dati Istat, solo 4 donne su 100 denunciano la violenza subita che, nel 69% dei casi, è ad opera del partner o dell'ex. Quindi, lasciato da parte il “luogo comune” che sono “gli altri” a commettere tali orrori, occorre guardare in faccia la realtà: solo il 10% degli stupri è commesso da stranieri. E il fatto che la maggiore incidenza di violenza sessuale sulle donne sia opera di mariti, fidanzati o partner, non può non portare a galla una situazione culturale nella quale la donna, lungi dall'essere sempre rispettata, diventa troppo spesso “l'oggetto” sessuale per mariti e partner violenti, indipendentemente dalla razza o dal colore. Il problema, quindi, non è razziale, ma di natura culturale. Per risolverlo occorre creare attorno alla donna e fin dalla sua giovinezza, una cultura del rispetto, che passa anche attraverso una gestione più responsabile del proprio corpo e di quello del partner; con una revisione di quello che ancora è chiamato “senso del pudore”; fino ad arrivare alla tutela dell'integrità del partner, che rimane sempre “altro” da noi: persona da custodire e non oggetto da usare a piacimento. In passato si è parlato di una vera e propria “cultura dello stupro” nella mentalita' occidentale, perché si possono trovare diversi pensatori che hanno in qualche misura legittimato l'uso della forza nel corteggiamento. Fra i Latini Ovidio, nel suo trattato Ars amatoria, che ebbe enorme successo anche nei secoli successivi, afferma che la donna ama subire violenza: la frase “Grata est vis ista puellis” è all'origine dell'espressione latina Vis grata puellae, utilizzata ancora recentemente nella giurisprudenza sulla violenza sessuale. Nel Medioevo, il genere letterario della “pastorella”, diffuso nella letteratura provenzale e in quella italiana del “dolce stil novo”, ritrae una pastora avvicinata da un cavaliere che la corteggia. Nel componimento, la pastora puo' accettare o rifiutare le offerte amorose del cavaliere; quest'ultimo può aver ragione dell'ingenuità della ragazza con l'inganno, come una falsa proposta di matrimonio, o con l'aggressione sessuale. Tuttavia, atteggiamenti ambigui si registrano, e dal più remoto pasato, si registrano anche in culture orientali. La prima menzione scritta dello stupro è nel Codice di Hammurabi, (2285-2242 a.C.), che al rigo 129, diceva che se la vittima dell'aggressione era una donna sposata, vittima e aggressore dovevano essere puniti allo stesso modo come adulteri, tramite annegamento e al rigo 130, sentenziava invece, che se la vittima era una giovane non sposata, si prevedeva di giustiziare solo l'aggressore. Anche in India, Mallanaga Vatsyayana scrivendo il Kama Sutra, contempla fra le modalità di conquista di una donna (seppure fra le peggiori e relegate in fondo alla lista) quella di drogarla o rapirla e quindi violentarla. Secondo alcune femministe, quindi (mi riferisco in particolare a Patricia Donat e John D'Emilio e, soprattutto, a Susan Brownmiller e al suo libro del 1975 “Contro la nostra volontà; uomini, donne e stupro”), esiste nell’universo maschile, una cultura transrazziale “solidale con lo stupro”, contro cui, oggi, occorre elaborare strategie non volte a negarne la fondata consistenza transculturale, ma non isolandolo dai sostegni sociali e da altre forme di violenza, il che rende meno efficaci gli sforzi per combatterlo. Alcuni scrittori come Jackson Katz e Don McPherson, hanno detto che tale orrenda cultura (o attitudine) è intrinsecamente collegata al ruolo di genere che limita l'auto-espressione degli uomini e causa loro danni psicologici. La “cultura dello stupro” è stata collegata anche all'omofobia, con Andrea Dworkin, che in un discorso del 1983 disse: “Se volete fare qualcosa contro l'omofobia, dovete fare qualcosa contro il fatto che gli uomini stuprano e che il sesso forzato non è incidentale alla sessualità maschile, ma è in pratica paradigmatico.”

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