LA PROMOZIONE DELLA LINGUA DI DANTE. LE OCCASIONI PERDUTE !

Dino Nardi, Coordinatore UIM in Europa

Zurigo, 16 dicembre 2009

Da tempo il sindacato della UIL Scuola dedica una particolare attenzione alla diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo ed organizza convegni e tavole rotonde sulle riforme delle istituzioni scolastiche e culturali italiane all’estero. Ultima, in ordine cronologico, è stata la Tavola rotonda organizzata recentemente a Madrid per fare il punto sul dibattito parlamentare rispetto ai disegni di legge presentati su tale materia da vari deputati e tuttora pendenti. Per il sottoscritto, invitato a partecipare al dibattito non da tecnico o esperto della materia ma da emigrato impegnato nel mondo dell’emigrazione italiana e nelle istituzioni rappresentative degli italiani all’estero, è stata l’occasione per ricordare quanto è accaduto in Svizzera con la lingua italiana e fare una similitudine con quanto sta facendo l’Italia.
La Svizzera, come noto, è l’unico Paese al di fuori dell’Italia e, ovviamente, di San Marino e della Città del Vaticano, in cui l’italiano è una lingua ufficiale, cioè una della quattro lingue ufficiali. Poi, in effetti, il tedesco la fa da padrone, il francese resiste per il numero proporzionalmente elevato di coloro che lo parlano. Il romancio, da parte sua, è praticamente presente come testimonianza linguistica solo in alcune valli della Svizzera orientale. Infine abbiamo, appunto, l’italiano che è una lingua minoritaria essendo parlata da meno di trecentomila persone del Cantone Ticino e in quello dei Grigioni in due sue valli a sud delle Alpi, mentre sta scomparendo oltre San Gottardo e, soprattutto, nelle istituzioni pubbliche della Confederazione. Se oggi è questa la situazione della lingua di Dante in Svizzera la causa è da ricercarsi nel fatto che la componente “italiana” di questo Paese (il Cantone Ticino e, in parte, il Cantone Grigioni) non ha saputo (voluto?) avvalersi della grande opportunità che ha avuto di potersi espandere e rafforzare linguisticamente oltre Gottardo, nel resto della Confederazione, valorizzando la lingua italiana, quando dall’immediato Dopoguerra sino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, nelle due regioni romanda e germanofona vivevano centinaia di migliaia di emigrati italiani. Un’occasione purtroppo perduta, e recriminata tardivamente dalla stessa componente elvetica “italiana”, poiché oggi la comunità di origine italiana che vive ancora oltre Gottardo con le sue seconde e terze generazioni, essendosi integrata nelle società locali, è divenuta linguisticamente francofona o germanofona perdendo gradualmente ma inesorabilmente la conoscenza dell’italiano.
Ebbene, con quanto è accaduto in Svizzera a danno dell’italiano per miopia della componente linguistica “italiana” si può fare una similitudine con quanto sta ormai accadendo nel mondo con la promozione e la diffusione della lingua italiana a causa della miopia, in questo caso, dell’Italia. Infatti anche l’Italia, come è avvenuto con il Ticino in Svizzera, non sembra rendersi conto dell’immensa ricchezza di cui dispone avendo nel mondo quattro milioni di cittadini italiani e circa sessanta milioni di italofoni per promuovere e far conoscere la lingua di Dante. Altrimenti non si spiega, innanzitutto, perché in questo settore operino nel mondo diversi soggetti e strutture (Istituti Italiani di Cultura, Scuole italiane, Sezioni italiane presso Scuole straniere, Corsi di lingua e cultura, Società Dante Alighieri, Associazioni regionali) con un dispendio notevole di risorse ed energie, senza una regia unica dello Stato così che nel mondo vi sono dei Paesi e delle regioni in cui l’insegnamento della lingua italiana è carente o del tutto assente ed altre in cui, invece, l’offerta dei corsi è anche troppo ampia. In secondo luogo i tagli, ormai ricorrenti, dello Stato italiano al finanziamento delle politiche rivolte agli italiani all’estero colpiscono, di anno in anno (accadrà pure nel 2010), anche la promozione e la diffusione della lingua e della cultura italiana causando danni incalcolabili che difficilmente si riuscirà poi a sanare anche se avremo in futuro, auspicabilmente, una inversione di tendenza. Che dire, infine, del fatto di non aver inserito, da parte del legislatore italiano, la conoscenza sia pur minima della lingua italiana tra i requisiti per il recupero e/o l’ottenimento della cittadinanza italiana come, peraltro, richiedono molte altre nazioni. Se ciò fosse stato previsto, oggi non ci ritroveremmo con l’assurdità di avere centinaia di migliaia di cittadini italiani in giro per il mondo che, però, non conoscono l’italiano. Un esempio di questa assurdità l’abbiamo proprio in Spagna dove oltre la metà della comunità italiana che vi risiede è italo-latinoamericana che parla solo lo spagnolo, tanto da aver obbligato gli Uffici consolari italiani ad organizzare dei giorni di apertura al pubblico unicamente per loro.
Per ritornare alla similitudine accennata all’inizio, non vorremmo che un giorno anche in Italia, come oggi nel Cantone Ticino per quanto riguarda la penalizzazione dell’italiano nella Confederazione, ci si dovesse rendere conto della miopia e del grande errore che è stato fatto in passato nel non aver saputo valorizzare la presenza di milioni di italiani nel mondo per diffondere e far conoscere la lingua di Dante oltre i confini dell’Italia!

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