Donne e giovani italiani da “problema da risolvere a risorsa da sfruttare”

“La sfida degli outsider” nell’ultima fatica di Angela Padrone.

Gaetano De Monte

L’Italia, parafrasando il titolo di un film, «non è un paese per donne», così sostiene una delle donne più importanti del paese, la vice-presidente del Senato Emma Bonino nella prefazione del libro di Angela Padrone, giornalista del Messaggero, “la sfida degli outsider”- Donne e giovani insieme per cambiare l’Italia, in cui la stessa autrice ci avverte che non è neanche «un paese per giovani». Donne e giovani italiani creano un esercito numeroso, ma senza armi e con poca voce. Sono gli esclusi dagli errori di un sistema da che negli anni ha accumulato errori, privilegiando le pensioni alla creazione di ammortizzatori sociali moderni, la cooptazione alla meritocrazia, l’attaccamento a stereotipi femminili obsoleti e inadatti a fotografare la società italiana alla creazione di servizi sociali utili e funzionali. È il ritratto di un paese in stallo che vede da un lato una parte privilegiata e molto protetta, composta in gran parte da uomini anziani e «potenti», e dall’altro una parte esclusa sia dalle opportunità offerte dal mondo del lavoro, sia da una reale protezione sociale, composta da giovani e donne. Altri paesi ci hanno dimostrato che si può migliorare se si fa qualcosa. Un esempio: la Spagna nel 1994 aveva solo il 30,7% di donne occupate, contro il 37,4% dell’Italia, ma nel 2007 la Spagna ha registrato il 54,7% di occupazione femminile, con un aumento dell’80%, rispetto a un modestissimo 46,6 % dell’Italia.

Gli outsider, in Italia, sono destinati – sono condannati – a rimanere geneticamente tali. Outsider per nascita, outsider per classe sociale e, soprattutto, outsider per età e sesso.

A essere giovani ed essere donne, in Italia, si sta male. E non si tratta solo di un sentore, di un pregiudizio, di malafede. Si tratta della progressiva e forse anche irreversibile cronicizzazione di una serie di precise patologie politiche e sociali.

Donne e giovani, all’alba degli anni 2010, affrontano la sfida più difficile. Un paradosso letale: politici, economisti, giornalisti li citano a ogni passo. Hanno appeal, fanno colore. Ma molto spesso sembrano specchietti per le allodole, non realtà in carne e ossa. Di loro si parla, e a volte si sparla, tanto che l’appello a «donne e giovani», ripetuto come un mantra in ogni occasione, ha già stancato prima ancora di essere accolto.

Scatenano dibattiti, entrano nel teatrino della politica, Per loro si coniano nomignoli coloriti come bamboccioni, veline e letteronze. Nel paese in cui tutti sono dottori, le parole giovanotto, signora e signorina sono pronunciate con una falsa cortesia e un reale disprezzo che fa venire la pelle d’oca. Per di più, questa presenza sulla scena pubblica è spesso solo mediatica e non corrisponde a nessun peso politico reale. Loro parlano poco. La loro parola è troppo poco pesante, non si sente. Non hanno voce in capitolo.

Nel nostro Paese i Giovani e le Donne non sono una risorsa da sfruttare, sono un problema da risolvere. Il che significa che non vanno offerte loro le opportunità che meritano – e che altrove hanno -, ma semplicemente contentini per far sembrare meno giustificati i loro lamenti. Palliativi, placebo, cerotti su una frattura.

In ogni caso bisogna anche un po’ ammettere che Giovani e Donne, insomma, le loro colpe oggettive ce le hanno: una su tutte, la mancanza di senso collettivo. Che porta i primi a mettersi in moto soltanto per risolvere problemi strettamente personali e le seconde ad applicare due pesi e due misure tra i “buoncostumi” delle altre e i propri. Ciò nonostante, oltre a non dover fare grossolanamente di tutta l'erba un fascio, non si può neanche pensare che le singole responsabilità civili alleggeriscano in alcun modo quelle istituzionali che accentuano, anziché appianare, il “conflitto generazionale”.

Resta però, a monte di tutto, un problema nodale da affrontare e risolvere: quello del merito. Che, a ben vedere, è strettamente prioritario rispetto a tutti gli specifici interventi. e che, di fatto,rappresenta la causa scatenante di ogni attuale iniquità sociale e politica. Perché, molto banalmente, se ciascuno occupasse il posto che merita, non ci sarebbe neppure bisogno di parlare di insider e outsider, ma semplicemente di valori e disvalori riconosciuti.

Resta da capire, dunque, cosa e quanto manchi affinché si rovesci il sistema del clientelarismo ereditario e dei furbetti (e furbette) del quartierino. Perché sarà proprio in quel momento che gli outsider si troveranno finalmente a competere per quello che è il loro valore e per quelle che sono le loro risorse senza più costituire, nella migliore delle ipotesi, un'inutile zavorra di cui alleggerirsi.

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