Legge Finanziaria 2010: intervento dell’on. Franco Narducci nel dibattito alla Camera dei Deputati

Il rapporto annuale del Censis quest’anno è arrivato proprio nel mezzo dell’esame della Finanziaria alla Camera; i dati avrebbero dovuto scuotere le coscienze e portare il governo ad optare per un maggiore dialogo con l’opposizione in vista di scelte adeguate ai tempi per la realizzazione del bene comune. Di fronte allo scenario che emerge anche dal rapporto del Censis, mi sarei aspettato un atteggiamento di collaborazione, di ascolto delle esigenze dei più deboli ed invece si procede, come ormai rischia di diventare prassi in Parlamento, a colpi di maggioranza e di fiducia. Ancora una volta, dopo che li avete spazzati via in Commissione riproponiamo i nostri emendamenti, fedeli al mandato di coloro che ci hanno eletti e che hanno il diritto di percepire il governo del proprio Paese come governo per il bene di tutti e non di una maggioranza.

Mi chiedo se siamo realmente capaci di metterci dalla parte di chi ha più bisogno, se riusciamo qui ad avere una visione prospettica dei problemi o se semplicemente ci apprestiamo a votare; o meglio ci costringete a votare contro una finanziaria dal respiro corto, delle micromisure, che non riesce ad afferrare la posta in gioco del cambiamento, che richiede la piena incarnazione della responsabilità sociale nell’economia e con essa la necessità che l’impresa sappia “creare valore economico facendo bene al sociale e all’ambiente”. Viene minata la tutela dei lavoratori reintroducendo lo staff leasing abolito dal governo Prodi e cancellando la gratuità del processo del lavoro, mentre la crisi colpisce proprio queste fasce più deboli anche con ingiusti licenziamenti. Inoltre si rileva una grave decurtazione al bilancio delle pari opportunità mettendo in crisi il funzionamento stesso del Dipartimento in un momento in cui le donne sono più a rischio di altri per la situazione economico finanziaria, come conferma il già citato rapporto del Censis.

Stessa musica anche per i cittadini italiani residenti all’estero. La Finanziaria non risolve la questione scandalosa degli indebiti pensionistici che abbiamo sottoposto più volte all’attenzione del Governo, perché non possiamo far finta di niente quando si chiede a persone che in molti casi vivono al limite della sopravvivenza la restituzione di alcune centinaia di euro a causa della prassi amministrativa sconclusionata con cui l’INPS eroga le pensioni all’estero, laddove occorrerebbero procedure atte a prevenire la genesi degli indebiti pensionistici stessi.

La finanziaria non si pone alcuni obiettivi fondamentali che si qualificano come elementi abilitanti delle politiche di sviluppo e come veri e propri asset competitivi, che il nostro Paese non può declinare se vuole mantenere il passo imposto dalla globalizzazione. Basti pensare alla inadeguata considerazione per la promozione e lo sviluppo delle attività di ricerca e sviluppo nei settori dell’innovazione e delle nuove tecnologie. Dobbiamo allora assistere con nostra buona pace alla fuga dei nostri giovani ricercatori che se ne vanno, ironia della sorta proprio mentre l’Italia è scossa da continue polemiche sull’immigrazione; giovani che non torneranno più nel Paese che ha offerto loro opportunità prossime allo zero.

Eppure l’Italia potrebbe avere una posizione sicuramente rilevante nell’economia globale se utilizzasse compiutamente la risorsa degli italiani residenti all’estero, troppo a lungo trascurata. Oltre ai tagli alle risorse finanziarie, pesanti e controproducenti, non c’è stato il minimo segnale d’interesse verso le numerose proposte di legge riguardanti riforme fondamentali per promuovere le nostre comunità all’estero nell’ottica di un processo integrato per lo sviluppo di un sistema Paese che non si esaurisce nei limiti dei confini nazionali. C’è una comunità di italiani all’estero che ne ha fatta di strada e occupa posizioni importanti e prestigiose, e c’è una mobilità transnazionale crescente che spinge tanti giovani laureati a cercare altrove ciò che non trovano in Patria: due mondi che meriterebbero spazio nella finanziaria per valorizzare le eccellenze italiane all’estero sostenendo scambi di esperienze e progetti tra Università italiane e straniere, con il coinvolgimento di professionalità italiane operanti all’estero.

E invece questa manovra, che non punta allo sviluppo, non porterà buoni frutti per le comunità italiane all’estero: il progetto di riorganizzazione della rete diplomatico-consolare anziché risolvere i problemi già esistenti li accentua con la chiusura di una ventina di sedi, e non ci si può consolare con la realizzazione della cosiddetta rete dei servizi consolari a distanza, resa possibile dagli stanziamenti operati dal Governo Prodi, e che può migliorare la qualità dei servizi ma certamente non potrà accorciare le distanze e sostituire la presenza dello Stato. Una presenza fondamentale per le sfide che l’Italia deve affrontare.

La finanziaria, dopo la batosta del 2009, non ha investito un euro in più sulla promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, una scelta riduttiva, quasi liquidatoria, grave per tante ragioni. Ne vorrei citare almeno due: la scarsa attenzione per la divulgazione della lingua e della cultura italiane nel mondo minaccia gravemente la proiezione dell’Italia all’estero, nonché il legame con le comunità emigrate, fondato sulla lingua quale strumento di aggregazione identitario per i nostri concittadini residenti all’estero e per discendenti italiani; in secondo luogo, le forti radici culturali, come ben evidenzia il documento programmatico approvato dalla recente Conferenza Stato-Regioni-CGIE, “sono una garanzia di solidità ed azione propulsiva per un futuro che vedrà sempre più l’Italia, una grande potenza culturale oltre che economica, al centro della scena politica internazionale, per offrire un contributo di equilibrio, di esperienza, di conoscenze.

Certamente la diffusione della lingua italiana nel mondo non è un solamente questione di stanziamenti o di tecnici esterni strapagati per le loro consulenze, è anche un problema squisitamente politico e spetta ai politici individuare priorità e campi d’azione, e ai politici spetta anche un preciso dovere etico: porsi in ascolto di una diaspora oggi quanto mai necessaria ad un Italia che vuole giocare un ruolo in ambito internazionale. E allora io voglio ringraziare il Consiglio generale degli italiani all’estero e i Comites che nonostante mille difficoltà continuano a portare avanti un sogno e a lavorare con i nostri italiani emigrati, mentre per tanta classe elitaria lavorare con gli italiani all’estero comporta implicitamente un disprezzo per la cultura italiana, succube di una ideologia mai morta che ritiene l’emigrato incapace di tanta sublimità. Tanto che il Governo ha deciso di escluderlo anche dall’abolizione dell’ICI sulla prima casa, mortificando in tal modo l’investimento che decine di migliaia di nostri connazionali emigrati hanno fatto nei loro comuni di origine.

Signor Presidente, concludo dicendo che l’andamento dell’economia mondiale negli ultimi anni ha registrato un trend che si è manifestato in misura differente per i diversi Paesi. Gli indicatori macroeconomici evidenziano che l’Italia ha accusato più degli altri la contingenza anche con riferimento agli impegni derivanti dal Patto di Stabilità. Allora io credo che si debba fare di più per collegare meglio, anche a livello di legge finanziaria, le due Italia.

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