„Essere e sentirsi italiani all’estero“.

Una riflessione sulla preannunciata chiusura di ben 20 sedi consolari fuori d’Italia.

„Non si puo' parlare di Italia Unita senza tener conto della storia dell'emigrazione italiana, e quindi di quei 29 milioni di connazionali che sono partiti dalla loro nazione'', così spiega Alessandro Nicosia, direttore del Museo Nazionale dell’Emigrazione a Roma, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dall’Unità d‘Italia .
Una storia sofferta, per quelle persone che per svariati motivi hanno dovuto lasciare la propria Patria e, allo stesso tempo, di grande opportunità per l’Italia che ha così „esportato“ quel „Made in Italy“, tanto caro ai diversi Governi che si sono susseguiti.

Un „Made in Italy“ che ha incrementato l’interesse per l’Italia all’estero, sia dal punto di vista economico, con tutto un giro d’affari legato a prodotti italiani, che da quello di vista culturale, se si pensa anche all’esportazione della nostra amata madre lingua attraverso il lavoro degli Istituti Italiani di Cultura. I ritorni economici che ne derivano, considerando anche il settore turistico, non sono per niente indifferenti per il nostro Paese. Gli stessi italiani all’estero sono stati parte importante della ricostruzione e del benessere economico dell’Italia del Dopoguerra e continuano ad esserlo tutt’oggi con un reddito di 5 miliardi di Euro, grazie anche alle loro pensioni maturate, che vengono poi spesi in Italia.

Un’attaccamento forte, quello della nostra comunità italiana all’estero che all’indomani dell’annunciata manovra di „razionalizzazione della rete consolare estera“ da parte del Ministero degli Affari Esteri, si è subito fatta portavoce di una „lotta pacifica“ a difesa di quelle strutture che per loro sono cariche di un valore aggiunto, di un’italianità fuori d’Italia. Una piccola patria da difendere a tutti i costi. Numerose sono state le iniziative organizzate dai nostri connazionali da giugno ad oggi, con il sostegno e la partecipazione attiva anche di interlocutori locali come i Sindaci delle città in cui risiedono i Consolati a rischio, per dire no ad una politica miope e completamente penalizzante nei confronti della stessa comunità italiana. Tra le varie iniziative, si ricordano qui la petizione online per il mantenimento del Consolato di Manchester, la costituzione del comitato „Salviamo-Il-Consolato“ di Amburgo, l’occupazione pacifica del Consolato di Saarbrücken, nonchè numerose conferenze stampa e manifestazioni nelle varie piazze europee, da Mannheim a Norimberga, da Amburgo a Saarbrücken, da Genk a Liegi.

La posta in gioco è, in effetti, molto alta! Smantellare una rete ben integrata nel tessuto sociale, in cui opera, una rete di preziosi contatti anche economici, di interazione e di reciproca stima anche nei confronti delle Autorità locali, significa da parte del Ministero degli Affari Esteri non essere in grado di cogliere l’importanza di questo grande patrimonio che si è venuto a creare negli anni e, soprattutto, di non cogliere la sua potenzialità in un ottica sempre più globale e multietnica delle società future.

Rompere, inoltre, definitivamente quei ponti di affetto con una comunità italiana, condannandola a recarsi a chilometri di distanza dal proprio luogo di residenza (in certi casi anche in un’altra regione), contro ogni logica brunettiana che cerca di facilitare i servizi ai propri cittadini, per sbrigare una semplice, ma necessaria pratica d’ufficio e sradicare i propri impiegati dal loro contesto familiare e lavorativo per il semplice fatto che non si vuole ragionare oltre, è semplicemente un affronto alla logica. In termini aziendali, le previste chiusure significano addirittura un „affare in perdita“ se si considerano tutti i costi aggiuntivi che comporterebbero realmente, dai traslochi degli impiegati stessi allo spostamento di archivi e strutture tecniche da destinare a sedi che presto si riveleranno inadatte ad accorpare le strutture in via di chiusura. L’argomento del risparmio risulta dunque alla luce di ciò ancora più ridicolo e assurdo.

La rete italiana all’estero è ben estesa. Lo stesso Sottosegretario agli Esteri con delega per gli italiani nel mondo, Sen. Alfredo Mantica, ricordava in un'audizione incredulo

” Noi stiamo parlando delle 122 ambasciate che ha l'Italia nel mondo, di 110 consolati, di 89 istituti di cultura, 117 uffici dell'ICE, di 140 camere di commercio e 24 uffici ENIT. (…)” che ha l’Italia all’estero, mettendo a confronto la nostra rete a quella della Germania e dell’Inghilterra.

Ci stupisce molto che il Sen. Mantica non abbia ancora saputo “ridimensionare” questa rete mettendola in giusta relazione con l’utenza che essa deve soddisfare. La Germania e l’Inghilterra non hanno sicuramente 4,5 milioni di iscritti AIRE e circa 6 milioni di cittadini italiani a tutti gli effetti residenti all'estero, in via addirittura d’aumento con i cervelli in fuga dall’Italia. Un’altro aspetto fin’ora del tutto taciuto, è quello del bilancio che lo stesso Ministero mette a disposizione per mantenere la sua rete all’estero, che attualmente è pari allo 0,2 per cento del bilancio dello Stato, cioè la cifra più bassa tra i Paesi sviluppati!

Un bilancio „ridicolo“ per il mantenimento di una rete che serve da supporto ad un „Made in Italy“, indispensabile per la crescita dell’economia italiana!

In un Paese ancora incapace di valorizzare appieno il proprio patrimonio culturale e le proprie eccellenze costringendole a cercarsi all’estero, nuovi approdi lavorativi e il riconoscimento di quei meriti a loro negati in Patria, ridurre un fenomeno complesso come la riorganizzazione dei propri servizi all’estero alla loro mera chiusura, producendo così un’enorme danno d’immagine e un vuoto istituzionale incolmabile, è un atto di irresponsabilità che deve essere messo a conoscenza di tutta l’opinione pubblica dentro e fuori i confini nazionali !

Confsal-Unsa Coordinamento Esteri

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