Se le parole hanno ancora un senso…!

Passando in rassegna alcune agenzie di stampa sul dibattito alla Camera dei deputati in relazione al disegno di legge sulle intercettazioni, mi ha colpito l’intervento dell’on. Laura Garavini, deputata del Pd eletta nella circoscrizione Estero, soprattutto per il tono del suo linguaggio (in linea del resto con molti suoi interventi contro il governo per la sua politica nei confronti degli italiani all’estero, che lei considera nient’altro che «operazioni punitive a danno dei connazionali»).
Capisco che in Parlamento chi è all’opposizione debba fare l’opposizione, ma non capisco che si limiti solo a dire no, senza motivarlo con argomenti convincenti. Quelli espressi dalla Garavini nel suo intervento alla Camera sulle intercettazioni sono addirittura contradditori. Da una parte riconosce che «formalmente i reati di mafia sono esclusi dalle restrizioni che il Governo vuole introdurre» e dall’altra afferma che «di fatto la riforma impedisce intercettazioni per tutta una serie di reati cosiddetti satelliti – come, ad esempio, l’usura, il traffico di droga, il traffico di rifiuti – che servono alle mafie per rafforzare il loro potere sul territorio». Eppure sembrerebbe evidente che se le intercettazioni sono ammesse per mafia e terrorismo lo saranno anche per tutti quei reati direttamente connessi.
Mi sorprende, inoltre, la Garavini quando sembra scandalizzata che il ddl preveda per l’autorizzazione delle intercettazioni per altri reati, «evidenti indizi di colpevolezza» per poi asserire, giocando sulle parole (ma le parole non si lasciano manipolare a piacere!), che in realtà «il provvedimento in esame obbliga gli inquirenti ad intercettare solo dopo aver acquisito le prove della colpevolezza di una persona». Davvero sorprendente: il ddl parla di «indizi di colpevolezza» e la Garavini legge «prove della colpevolezza», come se non conoscesse la differenza tra «indizio» e «prova». E’ dunque ragionevole autorizzare le intercettazioni in presenza di «evidenti indizi», mentre sarebbe inutile se esistesse già la prova provata.
Per quanto riguarda la tutela della privacy, ritengo fuori posto l’ironia (ma si tratta di ironia o di malafede?) della Garavini quando afferma che «con questa legge sulle intercettazioni il Governo non tutela la privacy dei cittadini, ma quella dei criminali, impedendo, di fatto, ai magistrati di intercettare e ai giornalisti di pubblicare le intercettazioni, pena il carcere». Non credo che le intercettazioni siano l’unico mezzo a disposizione degli inquirenti per trovare i criminali e non credo che il diritto di cronaca valga più del diritto alla riservatezza.
Purtroppo in Italia l’uso delle intercettazioni è divenuto esorbitante e dev’essere limitato. Bisogna anche stare attenti a non rendere l’Italia un Paese d’inquisiti perché se è vero che lo Stato ha il dovere di reprimere ogni forma di criminalità, ha anche il dovere di tutelare i cittadini nelle loro libertà fondamentali che la Costituzione dichiara «inviolabili», tra le quali figurano «la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione». Trattandosi di beni preziosi e «inviolabili», «la loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge» (art. 15 della Costituzione).
Detto ciò, a prescindere dall’oggetto in discussione su cui è lecito esprimere opinioni differenti, auspicherei che anche in politica ci fosse un uso più garbato e corretto delle parole, anche per non dare l’impressione, soprattutto all’estero, di un Paese in cui il diritto di opinione e di parola è usato e abusato senza alcun autocontrollo e alcun limite, nemmeno quello della logica e del buon senso.
Giovanni Longu
Berna, 11.6.2009

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