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Da anni la scuola italiana è in difficoltà , ma chi ci amministra ha deciso di attuare una “riforma” con una riduzione indiscriminata dei finanziamenti

Dal 1990 al 2006 si è passato dal 10,3% all’ 8,8% delle risorse destinate alla Scuola. Oggi, i tagli aumentano e le retribuzioni degli insegnanti non sono migliorate, poiché un docente italiano con 8 anni di anzianità percepisce mediamente 27.500 € lordi, con un trattamento economico che dal 1995 ha perso il 21% del potere d’acquisto, contro i 40.000 € della media dei Paesi Ocse.
In base ai dati OCSE PISA, la Scuola primaria registra ottimi risultati per analisi e comprensione dei testi scritti e orali, mentre l’abbassamento dei livelli si ha nella Scuola secondaria, con un Nord al livello degli altri Paesi OCSE e un Sud in ritardo. Perciò il Governo avrebbe dovuto mantenere e potenziare la scuola primaria, e accrescere, non ridurre, risorse e organici nel Sud.
La contestazione è orientata sugli aspetti didattici, sociali ed economici. Non si può migliorare il sistema eliminando insegnanti specializzati di lingua inglese dalle scuole primarie, sostituendoli con altri che, per l’insegnamento specifico, dovranno seguire corsi da poche centinaia di ore; non si può aumentare la qualità delle lezioni accrescendo il numero di alunni per classe. Numerose sperimentazioni internazionali dimostrano come in classi di pochi alunni questi migliorano, e in misura maggiore quelli provenienti da contesti degradati. Il rapporto numerico tra insegnanti e alunni in Italia non è differente da quello di altri Paesi: la diversità è data dalla presenza, in quel rapporto, di figure d’insegnanti che in altri Stati non sono a carico del Ministero della pubblica istruzione; vengono conteggiati in Italia anche gli spezzoni di cattedre; inoltre nel nostro Paese si devono considerare le piccole realtà locali, che aumentano numeri statistici, ma rappresentano una ricchezza socio-culturale importante. Però nelle realtà urbane esistono classi con trenta alunni: ciò comporta situazioni difficili da gestire con il peggioramento delle lezioni. In merito, in Sardegna, dove c’è il 22% di abbandono scolastico, il pendolarismo inizia nella scuola dell’infanzia, perché solo in 89 comuni su 377 vi è l'istituzione scolastica per i bambini, e in 44 comuni manca la scuola primaria.
Gli sprechi vanno combattuti, ma non tagliando 130.000 posti di lavoro, 87.000 docenti e 43.000 A.t.a., con una disoccupazione che danneggerà le famiglie di insegnanti precari che da anni contribuiscono a sostenere il sistema dell’Istruzione. Le risorse per la Scuola saranno ridotte di € 7,8 miliardi nel periodo 2009-2012. Per la Sardegna, secondo i dati diffusi dalla Cisl Scuola, nel 2009/2010 saranno 1.941 i tagli degli organici di diritto, 374 docenti in meno nella scuola primaria, 429 nelle medie e 604 nelle superiori, cui si aggiungeranno 520 posti in meno per i docenti di sostegno. In più ci saranno 534 tagli per il personale tecnico e amministrativo, e la diminuzione delle immissioni in ruolo coinvolgerà almeno 1.000 precari. Sempre che questi dati, da un comunicato Cisl dell’08/05/2009, nel mentre, non siano stati aggravati dalla Direzione Regionale sarda, con un’ulteriore riduzione di 105 posti rispetto a quelli “concessi” dal Ministero.
Agli operatori scolastici e agli insegnanti dev’essere riconosciuto un giusto ruolo sociale. I tagli del Governo aggraveranno l’economia, anche a causa della minore circolazione monetaria nel mercato, con maggiori danni nel Sud, data l’incidenza del pubblico impiego in queste regioni.
Va bene riformare, ma coinvolgendo e dialogando con i lavoratori del settore, nel rispetto dei principi della Costituzione Italiana, dell’uguaglianza sociale, del diritto, vero, al lavoro e all’istruzione.

Cristian Ribichesu,
Paola Bazzoni,
Salvatorangelo Fancellu
Insegnanti, Sassari.

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