Nomine Rai, il vero scandalo resta il conflitto d’interessi

Ora sembra che il problema stia tutto nella riunione a casa sua: nomine Rai a Palazzo Grazioli invece che a Palazzo Chigi. E’ vero che il luogo è improprio. Ma da chi ha fatto sempre palese uso privatistico dello stato (le numerose leggi ad personam non sono uno scherzetto) ci si può anche aspettare che pratichi l’uso pseudoistituzionale delle sue proprietà private. Anzi c’è ormai tutta una pubblicistica sul suo costume di usare le dimore private per gli incontri con gli altri capi di stato e per le riunioni con i suoi alleati sottoposti.
C’è chi vuole vedervi un segno di moderno anticonformismo: conseguenza secondaria dell’accentramento dei larghi poteri del governo nella ristrettezza di una sola persona, nell’esaltazione di un solo corpo: quello del capo. Corpo e faccia unici al centro dell’intera attenzione pubblica.
A dire che l’uso svolge funzione emetica si rischia di non apparire abbastanza moderni. Ma l’elevazione della dimora privata a luogo di rango istituzionale è l’aspetto minore della questione. E annebbia l’anomalia che ormai anche i riformisti moderati si adattano a considerare come parte costitutiva del paesaggio istituzionale italiano: il proprietario dei principali mezzi di comunicazione privati al vertice del potere politico.
Che lo faccia nel palazzo dove è salito solo grazie all’insipienza dei suoi avversari oppure a casa sua, resta sempre un fatto: il proprietario di Mediaset stabilisce la gerarchia essenziale della Rai che dovrebbe essere, e da tempo non è, la massima competitrice nel mercato televisivo. Anche qui si potrebbe dire che è già successo: tutte le volte che è salito al governo. E si potrebbe aggiungere che nel corso del tempo ha trasferito nei ranghi di vertice della Rai i dirigenti della sua azienda. Si dovrà pur fare un giorno il conto di quanti dirigenti Mediaset sono da tempo nei ruoli apicali della Rai. Si potrebbe anche dire che, quando ha vinto il centrosinistra, scarsi e timidi sono stati i tentativi di modificare una dirigenza Rai ormai segnata in profondità dalla presenza di membri provenienti da Mediaset. Sarà pedante ricordarlo ma la regola che il centrosinistra vincente ha sempre rispettato è quella enunciata in Parlamento da un celebre intervento di Violante: ve l’avevamo detto che non vi avremmo toccato le reti televisive. Regola adottata in senso estensivo: non solo non si tocca Mediaset, ma non si tocca neanche la Rai dato che ormai ha una dirigenza Mediaset.
In attesa che si chiarisca chi saranno i fortunati a perfezionare la presa del padrone sulle testate giornalistiche della comunicazione un tempo pubblica, sappiamo già da tempo che il presidente del consiglio di amministrazione Rai è chi finora aveva svolto con zelo il ruolo di segretario generale di Palazzo Chigi. Anche qui, per carità, nessuna sorpresa. Il capo è solito elevare i suoi dipendenti a ruoli di comando decisivi: è evidente che si fida della loro autonomia di giudizio.
D’altra parte per mettere le mani sul 90 %, e forse più, delle reti televisive in chiaro un motivo lo ha: il poveretto ha tutti i giornali contro. In qualche modo si dovrà pur difendere. (Micromega)

Pancho Pardi

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