Terremoto

di Andrea Ermano

Duecentocinque bare. Una bara. Un'altra bara sovrapposta a essa. Più piccola della prima. Colorata di bianco. Espone un giocattolo, il modellino di un motociclista rosso a cavallo del suo sfavillante bolide blu. L'immagine è ripresa dalle televisioni di mezzo mondo durante la messa funebre per le vittime del terremoto negli Abruzzi.
Mi viene in mente un frammento di Eraclito, antico sapiente greco, il quale diceva: “L'eternità è un bambino che gioca…”.
L'eternità…
Ai tempi d'Eraclito c'era il tempo misurabile dall'orologio solare o dalla clessidra. Questo tempo loro lo chiamavano chrònos e stava a indicare una breve durata: il giorno, l'ora, un adesso in rapporto ad altri “adesso” venuti prima o che verranno dopo.
C'era poi il kairòs, l'istante decisivo. Ed era il tempo in cui qualcuno aveva una scelta da compiere, che come ogni scelta implicava un grado più o meno grande di drammaticità.
Il giorno, l'ora e l'adesso forse più drammatici di tutta la mia esistenza mi capitò di viverli da ragazzo. Fu nel maggio del 1976. Il commissario straordinario del Friuli terremotato decise e comandò che si cessasse di lì in poi la ricerca disperata dei morti, decise e comandò che si radessero al suolo gli edifici ancora pericolanti, decise e comandò che con la calce viva si seppellissero i cadaveri rimasti sotto le rovine.
Nel giorno della calce viva, nell'ora e nell'adesso della calce viva, fummo presi tutti da una tristezza indicibile. E da una grandissima compassione.
Oggi quel sentimento si rinnova di fronte alle distruzioni e ai lutti subiti dal popolo abruzzese.
Ricordo che in Friuli, prima della calce viva, era stata una corsa contro il tempo, fin dentro le macerie, alla ricerca dei morti.
Sulla piana di Gemona, l'ultimo corpo che ritrovammo, tra le rovine di una fabbrica, fu un operaio. Era rimasto ucciso la notte del terremoto sotto un cordolo di cemento armato a sezione quadra. Per tirarlo fuori di lì dovemmo in parte traslare e in parte rimuovere l'asse di calcestruzzo.
Poiché in quell'anfiteatro di rovine i caterpillar avrebbero provocato disastri ulteriori, la liberazione del povero corpo morto comportava un lavoro lungo. Nel compiere il quale, bisognava darsi frequentemente il cambio. Non potevi indugiare nei pressi di strutture pericolanti. Le scosse si susseguivano a ritmo pazzesco. Rischiavi di finire sotto un'addizionale di macerie.
Soprattutto, non riuscivamo a sopportare l'odore della putrefazione. Evidentemente, nella natura dei nostri nasi ginnasiasti, qualcosa si ribellava a che qualcuno potesse morire di quella morte violenta e improvvisa. Forse anche nell'insofferenza olfattiva abitava una sussultante forma di pietà.
Invece non ricordo in me alcuno spreco di riflessione all'idea che un giorno o l'altro anch'io sarei stato (e resto) fatalmente destinato a finire sotto terra.
Non ci pensavo proprio.
Il tempo della vita, quando hai vent'anni, sembra coincidere con l'eternità.
Già, l'eternità…
I greci la chiamavano aion, originariamente aiwon, parola apparentata col latino aevum e con il nostro “evo”, che significa: lunga durata conchiusa.
La mente umana colloca l'eternità al vertice di questa nozione. Una durata chiusa a forma di cerchio e dunque infinita. Ma l'immagine alla radice dell'eternità è il tempo della nostra vita: una “lunga durata” che in realtà si rivela piuttosto breve, per via della morte.
Ma, appunto, l'eternità è il “tempo della vita” concepito senza la morte.
Pensare la vita senza la morte. Come in una partita a scacchi nella quale aggiungi e togli alfieri, torri, cavalli, re, regine e pedoni.
Metti la vita.
Togli la morte.
Un gioco?
Certo che è un gioco, ma ciò non sminuisce affatto né l'idea di eternità né quella puerile serietà nota sotto il nome di “teoria”.
Giocare possiede qualcosa di veramente sovrano: “Il comando di un bambino”, lo definiva Eraclito nel frammento dal quale ho preso le mosse e che adesso riporto in extenso: “L'eternità è un bambino che gioca con le pedine: è il comando di un bambino” (DK 22 B 52).
L'eternità è anche un bambino abruzzese che dal profondo di una piccola bara bianca ci comanda di volere con ogni nostra fibra l'esistenza di un luogo nel quale lui continui ancora a giocare felice: un luogo in cui “non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno” (Ap 21.4).

Non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno… Questo passo, tratto dall'Apocalisse di Giovanni, figurava nel messaggio di Papa Ratzinger per i terremotati d'Abruzzo. Esso rinvia a un futuro che si presenta come l'utopia di una vita “eterna” (non vi sarà più la morte), ma anche di una vita “beata” (né lutto né lamento né affanno).
Nel nostro continente, a partire dal terremoto di Lisbona, gli eventi tellurici producono una sorta di stato d'emergenza anche nella vita culturale inducendo i teologi a una sorta di mobilitazione generale nella quale si dà fondo alle riserve. E l'Apocalisse appartiene indubbiamente alle riserve più cospicue che la nostra cultura abbia prodotto.
In concomitanza con le grandi catastrofi naturali riemerge la questione della giustizia, della bontà e dell'esistenza stessa di Dio.
Lisbona, capitale del Portogallo, un paese allora fanaticamente cattolico, venne colpita il 1° novembre 1755 in coincidenza con l'importante festività religiosa di Ognissanti.
Il grande sommovimento tellurico provocò almeno 60 mila morti, ma il peccaminoso quartiere dell'Alfama venne risparmiato, mentre furono rase al suolo quasi tutte le più importanti chiese della città e un porto, chiamato Setubal, a trenta chilometri da Lisbona, s'inabissò.
“Dapprima s'udì provenire dalle viscere della terra un rombo come di tuono, subito dopo una violenta scossa abbatté gran parte della città”, racconta il geologo scozzese Charels Lyell. “Il mare prima si ritirò, lasciando il molo e la riva a secco, con tutte le navi e le barche che vi erano ormeggiate, quindi tornò rombando, sollevandosi di quindici metri oltre il suo solito livello”.
Distruzione di luoghi sacri. Morte di battezzati innocenti. Fenomeni naturali mostruosi,.. Che cosa si manifestò a Lisbona nel 1755? Fu collera divina o una semplice casualità? Il dilemma impegnò le menti eccelse di Voltaire, Kant e Goethe, come pure d'innumerevoli loro contemporanei.
Perché mai Dio aveva creato la Natura in modo tale da uccidere dei bimbi che nulla di male avevano fatto?
Errore tecnico?
Indifferenza?
Ira incontrollata?
Era quello un genere di domande, per altro inevitabili nell'orizzonte culturale europeo, atte a produrre la riemersione di antiche e profonde perplessità: “Dio o vuol togliere i mali e non può, oppure può e non vuole, ovvero non vuole né può, o infine vuole e può… Se vuole e può, il che solo si confà a Dio, da che cosa deriva allora l'esistenza dei mali e perché non li toglie?”
Mistero.
“Mistero” è un vocabolo d'etimologia incerta che significa suppergiù questo: ignoriamo la risposta, ma se anche ne conoscessimo i contenuti incontreremmo serie difficoltà nel tentare di dirli ad altri.
Il secolo del terremoto di Lisbona fu anche il Secolo dei Lumi. Epoca di grandi rivoluzioni. Anche il pensiero europeo ebbe le sue. Muovendo da quella “copernicana”, Kant condusse a vittoria la rivoluzione “morale-pratica”. E nello stato d'eccezione proiettato dal terremoto di Lisbona sullo speculum dello spirito europeo la ragion pratica conquistò il potere decretando che noi esseri umani non sapremmo che cosa dover fare se non cercassimo di darci una mano a vicenda. Almeno nelle disgrazie.
Ecco, su questo punto decisivo l'Italia di oggi sta dando, a quanto pare, buona prova di sé. L'Abruzzo di oggi è una regione moderna, affrancatasi da certe crudeltà belluine che si scatenarono nella Marsica dopo il sisma del 1915.
Oggi i soccorsi sono giunti rapidamente. Tantissime le persone che si sono impegnate, si stanno impegnando e continueranno ad impegnarsi nella gara della solidarietà. La gente abruzzese ha dimostrato, nel dolore, una grandissima, umanissima dignità. Sì, c'è ancora un barlume di speranza per il nostro Paese.
Bando perciò alle polemiche, almeno per ora. Ma il punto che segue va tenuto ben fermo. L'ira di Dio o l'indifferenza della Natura non hanno colpito solo vecchie chiese e altri monumenti d'inestimabile valore storico, architettonico e artistico. Sono crollati in Abruzzo anche edifici di recente costruzione, edifici soggetti cioè alle norme antisismiche. I quali sarebbero ancora in piedi se quelle norme fossero state rispettate e fatte rispettare. Invece quegli edifici sono caduti uccidendo delle persone.
Al di là delle responsabilità civili e penali che la magistratura avrà il compito di appurare, vero imputato è qui quel certo grigiore morale di cui si nutre nel nostro Paese una micro-illegalità diffusissima che consente di battezzare “cemento armato” la sabbia del mare.
Dobbiamo renderci conto che in quella sabbia di mare c'è molto Paese reale, la sua classe dirigente reale, il suo cattolicesimo reale, con la sua società civile reale. Se quella è sabbia assassina, allora tutti ne siamo un poco complici.
A fronte di ciò, il presidente Napolitano, saggiamente, onestamente, ha richiamato la necessità di condurre tutti, ma proprio tutti, “un esame di coscienza: non per battersi il petto, ma per vedere che cosa è indispensabile e urgente fare perché mai più ciò accada”.

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