CRISI FINANZIARIA CHI GUADAGNA E CHI PERDE

di M. Sironi

Grandi vittime della crisi in atto, al di là dei casi singoli, sono: a) l’intero sistema capitalistico, b) la logica del profitto immediato, c) la finanza per la finanza, d) l'annosa indifferenza per un’economia reale sana.

Due settimane di rimbalzi sui mercati azionari sono state sufficienti a far si che i vari convegni sulla crisi mondiale cambiassero titolo: dopo un anno di “come salvarsi” e di “chi paghera’”, ora tutti cercano di guardare “oltre la crisi” per capire come sara’ il “dopo”. Il primo trimestre di quest’anno e’ andato abbastanza male da farci capire – sono stime dell’FMI – che il 2009 si concludera’ con una flessione del PIL mondiale tra lo 0,5% e l’1,5%, ed e’ la prima volta in sessant’anni. Quanto all’Italia, qui le cose andranno peggio: la Confindustria parla di mezzo milione di disoccupati, mentre l’OCSE prevede un Pil in flessione del 4,3% nell’area euro. Ma non bisogna fare di tutte le erbe un fascio. Prima domanda: c’e’ qualcuno che con la crisi ci ha guadagnato?

Certamente si, e sono i pochi ardimentosi che un mese fa, visto che il valore di Borsa del nostro listino (330 societa’ quotate) era sceso cosi’ giu’ da eguagliare quello degli immobili del centro storico di Milano, hanno avuto il coraggio di comprare. Per fare un esempio, uscendo di casa la mattina uno poteva scegliere di prendere il caffe’ o di comprarsi un’azione Unicredit: tanto costavano uguale. Ma con le Unicredit in pochi giorni il coraggioso ha raddoppiato il valore del suo investimento, anche se non si puo’ sapere quanto durera’.

Altra categoria che dalla crisi ha tratto giovamento e’ quella degli “spalloni”, gia’ in auge negli anni ’70. I soliti ben informati parlano di un intenso traffico di lingotti d’oro tra la Svizzera e l’Italia, proprio come ai vecchi tempi. Molti, disgustati dalla finanza in tutte le sue forme, sono tornati all’oro: oro fisico, che si tocca, non certificati in oro o futures legati al fixing del metallo giallo. Un altro settore che , ahime’, ha certamente guadagnato dalla crisi e’ quello dei prestiti a usura: gli strozzini del credit crunch se ne impippano, anzi sono pronti ad accogliere a braccia aperte i piccoli e piccolissimi imprenditori a cui le banche hanno ristretto il fido. Ma e’ facile capire che tutta l’economia legata alla malavita, seguendo regole sue proprie, non ha molto da temere dalla crisi mondiale. Fortunatamente la medaglia ha un suo rovescio: i governi, preoccupati per lo scarso gettito fiscale di questi anni magrissimi, hanno dichiarato guerra senza quartiere agli evasori, chiedendo ed ottenendo l’abolizione del segreto bancario nei paesi che ancora lo avevano. E viene da se’ che buona parte dei 200/300 miliardi l’anno di fondi neri che emigrano dall’Italia verso i paradisi fiscali proviene dalle varie mafie spa: la stima del denaro mafioso e’ sui 130 miliardi.

Ma qualche buon affare lo fara’ anche il nostro Tesoro, che grazie ai Tremonti bond potra’ salvare le banche in crisi prestando loro un po’ di miliardi all’8% di rendimento medio. Mentre lui, il Tesoro, si fa prestare i soldi dal “popolo dei BOT” a tassi otto volte piu’ bassi. Beninteso, queste sono le regole imposte dalla BCE e dalla Comunita’ Europea, ma tant’e’.

Infine non bisogna trascurare quello che ci insegna “l’indice del rossetto”, che negli ultimi mesi ha puntato all’insu’ come sempre nei periodi di guerra. Lo dicono gli storici: quando le cose vanno molto male , le aziende si vedono dimezzare gli ordini e nessuno compra piu’ niente, i soli consumi che “tirano” sono quelli per la cura della persona. Forse fa parte dell’istinto di conservazione di ognuno di noi.

Ovviamente l’universo di chi dalla crisi ha avuto solo perdite e’ assai piu’ vasto, e va dai risparmiatori che hanno visto volatilizzarsi il loro peculio, ai lavoratori rimasti a spasso con o senza ammortizzatori sociali, a chi ha dovuto chiudere i battenti di una piccola attivita’ che gli ha dato da mangiare per tutta una vita. Ma non bisogna dimenticare il gruppetto delle vittime eccellenti: cominciamo dai manager che non percepiranno piu’ buoneuscite miliardarie per aver mandato le loro aziende in fallimento (vedi ad esempio AIG negli USA e Royal Bank of Scotland in UK). Di fronte all’indignazione popolare si puo’ sperare che in futuro di questi contratti ai manager non se ne faranno piu’. Vita piu’ dura anche per i dirigenti francesi, ora che i lavoratori di Oltralpe hanno ritrovato il loro spirito comunardo: se le cose non cambiano, quella di sequestrare i dirigenti per evitare che licenzino gli operai potrebbe diventare una consuetudine. I casi Sony e 3M hanno aperto una strada, presto percorsa anche dagli operai della Caterpillar e da quelli del re del lusso, Francois Henry Pinault.

Ma la grande vittima, al di la’ dei casi singoli, e’ l’intero sistema capitalistico votato al profitto immediato, e’ la finanza per la finanza e non per alimentare lo sviluppo di un’economia sana. E’ l’assenza di controlli in un sistema in cui i nuovi “prodotti finanziari” venivano progettati da laureati in matematica e statistica (gli uffici studi delle societa’ di gestione li hanno reclutati in massa) e non dagli economisti. I quali non sono necessariamente dei benefattori, ma sanno che non si uccidono le galline se stanno facendo i loro bravi ovetti d’oro.

Cosi’ per correre ai ripari, il governo degli Stati Uniti, patria del liberismo, ha nazionalizzato banche a ritmo continuo, e Barak Obama ha stanziato 1000 miliardi per creare la bad bank che dovrebbe ripulire il sistema americano dai titoli tossici . In altri termini ha fatto molto di piu’ di quanto non vogliano fare gli stati membri della UE, patria della socialdemocrazia, per salvare posti di lavoro e nuovi stati membri.

Ma in Europa c’e’ un paese i cui abitanti non sanno cosa fare dei loro risparmi per mancanza di occasioni di investimento, in cui le banche che non superassero la crisi verranno statalizzate, in cui si parla di emissari del governo (i prefetti) per controllare l’erogazione del credito ai privati. E’ un paese dell’ex blocco sovietico scampato alla caduta del muro di Berlino? No, e’ l’Italia del ministro Tremonti (Popolo della Liberta’), che appare sempre piu’ attratto da certi aspetti del vecchio “socialismo reale”. E quella di Tremonti non e’ la sola fuga all’indietro. Sarkozy ha richiamato in patria la Renault perche’ venga a produrre la Clio in Francia, e faccia lavorare i francesi anziche’ gli sloveni. Per non parlare dei blocchi organizzati dagli operai inglesi contro gli italiani , andati nel Regno Unito a “rubar loro il lavoro”. Il tutto alla faccia di alcuni dei principi basilari su cui gli stati europei hanno deciso di unirsi in Comunita’ .

Conclusione: puo’ darsi che la locomotiva economica si rimetta in moto piu’ rapidamente del previsto, puo’ darsi che le nostre banche superino la crisi senza decimazioni ( anche perche’ ne’ la Borsa ne’ la finanza alternativa sono piu’ in grado di far loro concorrenza), ma sta di fatto che molte regole del gioco politico-economico-finanziario nel dopo crisi verranno riviste. In meglio o in peggio?

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