Cittadinanza e risorsa

La settimana scorsa abbiamo letto sulla TRIBUNA ITALIANA le reazioni i alcuni parlamentari alla sentenza della Corte Suprema di Cassazione che ha affermato che, per effetto delle sentenze della Corte Costituzionale n. 87 del 1975 e n. 30 del 1983, deve essere riconosciuto il diritto allo status di cittadino italiano ai figli di donne italiane coniugate con cittadini stranieri prima del 1° gennaio 1948.

Sull’argomento si sono manifestati l’on. Marco Zacchera del Pdl, Mirella Giai, senatore del Maie residente a Rosario e Franco Narducci deputato del Pd, residente in Svizzera.

Dichiarazioni contrastanti specialmente quelle del deputato pidiellino e della senatrice eletta nell’America Meridionale.

Il primo (presidente del Comitato permanente sugli Italiani all’Estero della Camera ), manifestando il suo disaccordo con la sentenza, ha ribadito la sua posizione secondo cui la cittadinanza non dev’essere data a chi non ha legami con l’Italia al di fuori di quelli di sangue, magari perché pronipote di un emigrato italiano. E sottolinea la sua avversione al riconoscimento a quanti sono interessati, solo per interesse materiale, all’ottenimento del passaporto europeo. Un riferimento facilmente riconducibile a tante migliaia di discendenti di italiani residenti in Argentina o di questo continente.

Inoltre mette a confronto il diritto dell'acceso alla cittadinanza tra le milioni di persone che vorrebbero chiederla “solo dimostrando che avevano una nonna “italiana” ed indipendentemente dal fatto che abbiano un minimo di contatto con la nostra patria o la nostra lingua e cultura” e gli immigrati in Italia “…gente che si è assolutamente integrata e risiede da più di 10 anni (in Italia e) attende ben oltre 3 anni per avere riconosciuto il proprio diritto di nuova cittadinanza.”

Nella sua risposta la sen. Giai, mette in risalto i “sentimenti di tutte quelle persone che per vicissitudini familiari o personali, o perché non trovavano lavoro e futuro, sono dovute emigrare allontanandosi dal proprio paese. Il senso di appartenenza non si può misurare solo attraverso la permanenza in questo o in quel paese; la cultura, gli usi e i costumi, sono cose che ognuno di noi porta dentro pur non vivendo nel paese di origine.”

Sul tema della cittadinanza, come su quasi tutti gli argomenti che riguardano i rapporti tra l’Italia e gli italiani all’estero, pesa in primo luogo la miopia della politica italiana che da sempre ha ignorato, se non osteggiato, tali relazioni.

Cosa ha fatto l’Italia in oltre un secolo di storia per promuovere tra i discendenti di quelle nonne italiane e di tanti altri milioni di emigrati, quel “minimo di contatto con la nostra patria o la nostra lingua e cultura” che reclama l’onorevole? Cosa ha fatto l’Italia repubblicana? Cosa la Seconda Repubblica? Cosa l’attuale legislatura?

Quante scuole ha costruito l’Italia fra noi per far conoscere ai discendenti la lingua e la cultura italiane? Quale politica di diffusione della cultura italiana è stata impostata lungo i decenni in un paese come l’Argentina che aveva (oggi forse non più) la metà della popolazione di origine italiana, caso unico al mondo?

E’ giusto che si parli e si pensi all’inserimento degli immigrati in Italia. Ma per riconoscere un diritto agli immigrati bisogna toglierglielo ai discendenti degli emigrati?

Una miopia ancora oggi persistente come dimostrano – tra l’altro – le assemblee dei partiti, nelle quali si parla sempre di immigrati e mai di italiani all’estero, come è successo perfino nel partito dell’ex ministro degli italiani nel mondo. Mirko Tremaglia, grande promotore del voto all’estero e il Ctim, non sono riusciti a far passare riferimenti all’ “altra Italia” nel documento finale approvato nell’assemblea che si è conclusa sabato scorso, con la quale Alleanza nazionale ha deciso di sciogliersi per confluire con Forza Italia nel Partito della Libertà che nascerà ufficialmente il prossimo fine di settimana.

Notizie romane che poco hanno a che vedere con gli italiani all’estero che oggi non siamo presi in considerazione nemmeno come quella risorsa tante volte proclamata, ma sulla quale la politica italiana ha investito solo briciole o poco più.

I legami, i rapporti, i sentimenti nei riguardi dell’Italia però, sono vivi nelle nostre comunità. Nonostante i tagli insensati ai fondi decisi nella Finanziaria nei capitoli per la cultura, la Dante di Buenos Aires e decine di comitati della Dante nell’interno dell’Argentina, continueranno a diffondere lingua e cultura del Bel Paese, come centinaia di associazioni italiane continueranno a mantenere vive le tradizioni e ad essere luoghi di ritrovo per italiani, discendenti e ammiratori e amanti della cultura italiana.

I nostri rappresentanti però (a cominciare dai parlamentari e a seguire dai consiglieri del Cgie e dei Comites dell’Argentina), dovrebbero prendere atto del fatto che oggi l’Italia ufficiale è molto lontana, che non contiamo e che sono loro, da noi eletti per rappresentarci, i primi a non essere presi in considerazione. Per cui dovrebbero impegnarsi seriamente in una azione coordinata che vada molto al di là di un semplice documento, di una dichiarazione o di un comunicato stampa. Altrimenti che ci stanno a fare?

Ma anche l’Associazionismo deve fare di più. Non può limitarsi a gestire la vita associativa, alla sola ordinaria amministrazione.

La cittadinanza, comporta certamente un fatto di adesione a valori, a modi di essere, di pensare, a una storia, a un legame, a una cultura. Alle radici. I nostri rappresentanti, i dirigenti della nostra comunità, devono impegnarsi perché esse siano alimentate dall’Italia. Altrimenti la pianta dell’italianità in Argentina rischia di soccombere.

MARCO BASTI

marcobasti@tribunaitaliana.com.ar

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