LE AMBIZIONI DELLA FRANCIA GLI INTERESSI DELL’EUROPA

Vorrei mi esprimesse il suo parere sulla smania di protagonismo che il presidente francese Sarkozy sta manifestando sulla scena internazionale sfruttando anche il momentaneo vuoto di potere dell'amministrazione americana. Non le sembra il patetico tentativo di una nazione che non si rassegna al ruolo che più le compete, quello di essere una potenza media?

Andrea Bertollo , | andrea.bertollo.dmli@alice.it

Caro Bertollo,
So che la Francia può talvolta infastidire per il tono e lo stile con cui pretende di esercitare il ruolo della grande potenza. Ma numerose iniziative della sua classe politica dimostrano che l'influenza di uno Stato nella comunità internazionale non può essere misurata e pesata con parametri esclusivamente quantitativi. La sua immagine e il suo prestigio dipendono anche dalle sue tradizioni, dalla sua storia, dal concetto che ha di se stesso e, in ultima analisi, dalle sue ambizioni. La Francia sa di non potere essere la grande nazione che fu all'epoca di Luigi XIV e di Napoleone. Ma non si accontenta della mediocrità, non rinuncia alle sue aspirazioni e può dare prova, all'occorrenza, di intelligenza, fantasia, coraggio morale e intellettuale. Dopo le umiliazioni subite durante la Seconda guerra mondiale ha inventato la Comunità europea, ne ha disegnato le istituzioni e ne ha preso la guida. Dopo l'avvento di De Gaulle al potere, nel 1958, ha inventato un sistema politico istituzionale, la V Repubblica, che ha assicurato la sua stabilità ed è stato imitato da altri Paesi. Dopo gli shock petroliferi del 1973 e del 1979, ha fatto una scelta nucleare che ha liberato la sua economia dai pesanti ricatti stranieri a cui sono soggette l'Italia e la Germania. Difende la sua lingua, finanzia la sua ricerca scientifica. Ha una straordinaria rete ferroviaria ad alta velocità e tiene testa al colosso americano nel campo dell'aeronautica civile e militare.
Le ambizioni francesi sono particolarmente evidenti nel modo in cui ogni presidente ha arricchito e abbellito Parigi. De Gaulle si servì del suo ministro della Cultura, André Malraux, per restituire i palazzi e le case di Parigi alla loro originaria bellezza. Pompidou ha creato il «Beaubourg», uno dei maggiori centri mondiali di arte contemporanea. Giscard d'Estaing ha migliorato il lungofiume con grandi gallerie che scorrono lungo le banchine della Senna senza deturparne la bellezza. Mitterrand ha lasciato alla città l'Institut du monde arabe, per lo studio dell'Islam e della sua storia, una nuova biblioteca nazionale in forma di libro e un Louvre più grande e accogliente. Chirac ha fatto costruire il Musée des Arts Premiers, dove sono raccolte le opere delle culture extraeuropee, dall'Africa all'Asia e alle Americhe.
Non sappiamo quale sarà il contributo di Nicolas Sarkozy alle bellezze della capitale francese. Ma sappiamo che la sua politica è alquanto diversa da quella del suo predecessore. Mentre Chirac aveva una evidente tendenza a «pensare francese», senza troppo preoccuparsi di ciò che volevano gli altri Paesi europei, Sarkozy ha capito che la Francia può essere leader soltanto quando la sua politica coincide con gli interessi dell'Europa o almeno con quelli dei suoi Paesi maggiori. Mi sono piaciuti la prontezza e lo stile con cui è intervenuto nella crisi georgiana dello scorso agosto. Mi è piaciuta la rapidità con cui ha saputo affrontare, in nome dell'Europa, la grande crisi finanziaria degli scorsi mesi. Mi è sembrato giusto che un uomo di Stato europeo si adoperasse, anche se con scarse possibilità di successo, per l'interruzione delle ostilità a Gaza. E mi è particolarmente piaciuto che a Parigi, nel corso di una recente conferenza, abbia detto: «Sono sempre stato favorevole a una stretta amicizia con gli Stati Uniti, ma occorre a questo proposito essere chiari: nel XXI secolo non può esservi un solo Paese che dice agli altri che cosa fare e pensare. Non accetteremo il ritorno al pensiero unico ». Queste non sono parole esclusivamente francesi. Sono parole europee.

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