Conflitto tra Israele-Hamas: due riflessioni ed una proposta

Mario Baldassarri

Tutti auspicano ed invitano le due parti combattenti ad accettare il più presto possibile il “cessate il fuoco”. Questo obiettivo è totalmente ed ovviamente condivisibile. Il problema vero, però, è il “progetto politico” che dovrebbe seguire il “cessate il fuoco”.
Partiamo allora da una prima riflessione: occorre prendere atto che è finita una fase, quella del problema israelo-palestinese in quanto tale.
Ho avuto la ventura di assistere al primo giorno di questa fase, il 12 settembre 2005, guidando a Gaza una missione dell'allora Governo italiano, quando gli israeliani uscivano da Gaza e l'Autorità palestinese ne prendeva possesso.
L'incontro con Abu Mazen, in quel pomeriggio, fu possibile perché il primo ministro palestinese interruppe il primo Consiglio dei Ministri dell'Autorità Palestinese a Gaza per ricevere la prima delegazione estera, quella italiana.
Quella fase aveva aperto grandi speranze e poggiava sullo scambio peace for land, pace contro territorio. Per avviarla, l'allora primo ministro Sharon dovette combattere dentro Israele, ruppe il suo partito e ne fondò uno nuovo, Kadima.
Varcato il check-point di Eretz ed entrando a Gaza, scortati dai carabinieri del Tuscania, fu subito evidente la radice pericolosa di quella fase. Infatti, mentre il popolo palestinese festeggiava la liberazione del proprio territorio, i gruppi armati di Hamas bruciavano le sinagoghe. La mattina stessa i capi di Hamas dichiararono, contro le posizioni espresse dall’Autorità Nazionale Palestinese, che “loro” non avrebbero mai deposto le armi contro Israele. A Gaza, l'incontro si effettuò con i servizi dello stesso Abu Mazen, che garantivano la sicurezza degli uomini di Al Fatah contro i Servizi schierati da Hamas. Il nodo politico era quindi fin da allora tutto interno ai palestinesi.
Quella fase, pace contro territorio, è finita e la nuova fase non è rappresentata dalla questione “semplicemente” israelo-palestinese. Infatti, Hamas non è nella strategia del popolo palestinese, ma nella strategia degli estremisti islamici, sostenuti dall’Iran, l’antica Persia, che parla un’altra lingua (il Farsi) e non fa parte del mondo arabo. E ciò spiega il motivo per cui il mondo arabo è molto preoccupato sia di Hamas, sia dei suoi legami con l’Iran.
Allora, questa è la nuova fase, che purtroppo non è più quella dei “due popoli e due Stati”, ma è quella in cui vi è la testa di ponte dell'islamismo estremistico, guidato dall’Iran, che attacca a Nord e a Sud lo Stato di Israele (Hezbollah da una parte e Hamas dall'altra).
Ecco perché questa nuova pagina va letta in un altro modo.
La seconda riflessione si riferisce a quella che viene definita una “reazione esagerata” di Israele a fronte delle provocazioni di Hamas (centinaia di missili Qassam). Francamente questa a me pare una colossale ipocrisia.
Sfido chiunque abbia visitato quelle terre a non capire: i missili vengono sparati da un’organizzazione (Hamas), supportata da uno Stato (l’Iran) che hanno entrambi come primo obiettivo quello di distruggere lo Stato di Israele e di uccidere anche l'ultimo ebreo. E allora, cosa succederebbe a Roma se un'organizzazione di questo tipo sparasse missili a nord da Viterbo su Orte ed a Sud da Frosinone su Latina? Come reagirebbero il Governo italiano, la maggioranza, l'opposizione, gli italiani?
Non sono un esperto della materia, ma so che questi missili costano moltissimo e corrispondono a molti mesi di sopravvivenza alimentare e medica del popolo palestinese di Gaza. Chi fornisce migliaia di missili ad Hamas e perché Hamas non usa quesi soldi migliorare le condizioni di vita dei Palestinesi di Gaza?
Ha ragione allora l’onorevole D'Alema quando afferma che bisogna capire le radici di Hamas e soprattutto il perché abbia vinto le elezioni a Gaza. Ebbene, da questo punto di partenza si arriva però ad una conclusione radicalmente opposta a quella di D'Alema, che propone di trattare con Hamas contrariamente a quanto sostenuto dallo stesso onorevole Fassino.
Occorre capire infatti che Hamas ha vinto le elezioni a Gaza non certo perché ha promesso di sparare missili su Israele, ma perché, forse molto furbescamente, ha costruito a Gaza un barlume di Stato sociale: sanità, scuole e un pò di cibo, non poco per un popolo stremato da decenni di stato di emergenza. Su questi temi Hamas ha vinto le elezioni.
Allora, il problema per costruire una pace vera è come ottenere il cambiamento politico a Gaza, ovviamente non ammazzando tutti i membri di Hamas e tutti i palestinesi, e neanche coinvolgendo Hamas in quanto tale, bensì tagliandone le radici socio-politiche.
Ebbene, l’Italia ha già una piccola istituzione che si chiama IME, Istituto Mediterraneo di Ematologia, costituitosi a Roma nel 2003 dopo il rifiuto della regione Marche di realizzare il progetto a Pesaro dove tutto era nato attorno all’equipe medica del prof. Guido Lucarelli. Su questa base, quattro anni fa fu firmato il primo (e forse unico) accordo trilaterale Israele-Palestina-Repubblica Italiana che attraverso sanità, formazione medica e traferimento di tecnologia e conoscenza è stato concordato sia in Palestina che in Israele.
Ricordo che, in quel 12 settembre, quando il blindato con la bandierina tricolore italiana passava in mezzo alla folla festante i palestinesi ci facevano largo, si sentivano applausi e più volte gridavano «viva Italia!». E non è che i palestinesi lo facessero perché conoscessero chi ci fosse dentro il blindato, ma perché sapevano che la Repubblica Italiana andava a prendere i loro bambini malati di talassemia per portarli a Roma e salvarli da morte certa. Forse queste sono cose banali, ma per la povera gente di Gaza e della Palestina sono cose molto concrete e soprattutto fondamentali.
Allora, se vogliamo tagliare le radici politiche di Hamas e contribuire al “cambiamento” a Gaza, perché non accompagnare il dopo cessate il fuoco con un progetto politico.
Ecco la proposta: l'Europa annunci una “adozione internazionale a distanza” del popolo palestinese su sanità, scuola e cibo e, contemporaneamente, apra le trattative perché Israele diventi a pieno titolo membro dell'Unione Europea.
Su questo l’Italia può essere un apripista credibile perché già creduto.
Il tutto potrebbe essere garantito dall'Egitto, chiudendo la frontiera al passaggio dei missili, ma riaprendola al passaggio di sanità, istruzione e cibo. Allora al cessate il fuoco potrebbe seguire un progetto politico che miri all'obiettivo, non di tener conto di Hamas coinvolgendola e assecondandone le sue concezioni del mondo e della storia e le sue alleanze internazionali, ma tagliandone le ragioni più profonde con le quale si è radicata tra il popolo di Gaza.

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