Micu l’orbu (Domenico il cieco)

Micu l’orbu (Domenico il cieco)

di Mimmo Marando

Nel raccontare di Micu mi sono posto il
problema del linguaggio, quello di trovare le parole più appropriate,
per non offendere il personaggio e per rendere la realtà meno amara.
Non avrei mai voluto indicarlo con il suo handicap, ma, poi ho pensato
che usando altre espressioni, avrei finito con l’ espropriarlo della
sua identità. Micu era conosciuto e lui stesso si presentava, come
“Micu l’orbu”. Le parole possono essere più o meno dolci o amare,
possono ferire, elogiare ma, alla fine, non possono mai modificare la
sostanza delle cose. Dire: ”non vedente” o “cieco” o “videoleso” è la
stessa cosa. Quello che conta non è l’espressione usata, ma il tono con
cui la si dice. Meglio però, quando si può, usare delle parole dolci e
mai quelle che possono offendere. Dal tono della voce, Micu riconosceva
le persone buone e quelle meno buone.
Non ho ricordi diretti di quest’
uomo, penso che abbia cessato di vivere sul finire degli anni ’40.
Spero di poter riscrivere, quanto prima, l’articolo che segue,
arricchendolo con delle testimonianze dirette di gente che l’ha
conosciuto di persona e magari realizzare un libricino in sua memoria

“Micu l’orbu” (Domenico il cieco), dopo le orazioni quaresimali,
recitate per le vie del paese, si era attardato “supra u puntuni di l’
Arieja” (sul punto più alto della contrada Ariella), aveva consumato
una scodella di rape e fagioli presso i “Beati” (soprannome di un’umile
famiglia) e si era incamminato per far ritorno a casa. Un violento
temporale lo colse già all’inizio del cammino, dandogli il benvenuto.
Si era fatta notte e Micu , riparato da un resistente ombrellone nero,
affrontò il cammino lungo quelle viuzze strette e dissestate, sfidando
l’oscurità della notte e la violenza della pioggia. Non c’era
illuminazione pubblica e il paese era molto scuro in quella notte senza
luna. Portava una lampada ad olio accesa che ben presto la pioggia e il
vento gli spensero. Dopo aver percorso solo pochi metri della seconda
rapida viuzza, si sentì chiamare: -“Micu, Micu” – era una voce a lui
familiare. La riconobbe subito, era “Lunastorta”, un giovane “bastardo”
del posto che lo insultava in continuazione e ad ogni occasione.
Lunastorta, era accovacciato sulla porta d’una stalla e “nzuppatu”
(inzuppato) di quell’acqua che cadeva abbondantemente e gratuitamente
dal cielo e che lo aveva raggiunto anche nelle parti più intime.

“Micu, Micu, aiutatimi, non viju a strata pammu u tornu a casa. Si
scasau u diluviju universali e sa resto cca, quando faci jornu, mi
trovanu mortu. Accumpagnatimi vui, pammu tornu a casa mia” (Domenico,
Domenico aiutatemi, non vedo la via per tornare a casa. Si è mosso il
diluvio universale e se rimango qui, quando farà giorno, mi troveranno
morto. Accompagnatemi Voi perché io possa tornare a casa mia) – implorò
Lunastorta.
Micu che era un sant’uomo non se lo fece ripetere due
volte, si avvinò a quel giovane, lo prese sottobraccio e divise con lui
l’ombrello.
– A ttia chi ti servi u lumi, sa sii orbu? (A te cosa
necessita il lume se sei cieco?) – domandò Lunastorta, in tono
canzonatorio.
– A mia non mi servi u lumi pamma u viju a via, eu ma
ricordu a memoria, ma a ttia servunu i patrannostri sa voi u ti sarvi l’
anima. Tu perdisti a strada da terra e du Cielu. Eu ti pozzu sarvari da
timpesta terrena, ma non ti pozzu sarvari da timpesta Divina. Ora torna
a casa, sciugati ja u focularu e cerca perdunu a Dio, mu ti duna a luci
e a paci dell’anima. Passanu i tempurali, passanu i lluvioni, ma l’
eternità, ricordati, non passa mai – ( A me non serve il lume per
vedere la via, io la ricordo a memoria, ma a te serve la corona del
rosario se vuoi salvarti l’anima. Tu hai perso la strada della terra e
del cielo. Io ti posso salvare dalla tempeste terrena, ma non ti posso
salvare dalla tempesta Divina. Ora torna a casa e asciugati davanti al
focolare e chiedi perdono a Dio, affinchè ti dia la luce e la pace dell’
anima. Passano i temporali, passano le alluvioni, ma l’eternità,
ricordati, non passa mai).
• Ora prega e canta cu mia, sa non voi u ti
rassu a menzu a strata cu culu a moju – (Ora prega e canta con me, se
non vuoi che ti lasci in mezzo alla strada con il culo a mollo) –
continuò Micu, con voce minacciosa. E dicendo questo intonò, con quella
voce da tenore, una cantilena, accompagnato da Lanastorta: – “Sono
stati i miei peccati, Gesù mio, perdon e pietà….”.
In quella notte
“paurosa”, di tempesta, con vento forte, lampi, tuoni e tanta pioggia,
la gente imprigionata nelle case e, a quell’ora, già sotto le coperte,
fu sorpresa da quella voce, da quel canto che aveva sentito migliaia di
volte, e che riconobbe nella inconfondibile voce di Micu che cantava
insieme a Lunastorta, voce che si elevava al cielo. In quel momento
nessuno seppe darsi una spiegazione di quell’evento inatteso, anzi l’
unica spiegazione logica che si tentò di dare, fu che Micu fosse
ubriaco (per colpa altrui). Nel contempo non si riuscì a riconoscere la
seconda voce. Qualcuno spinto da gioia e da più forte curiosità, aprì i
battenti delle finestre sperando che i lampi illuminassero i due
viandanti e, quindi, poterli riconoscere. Il buio fitto non permise di
vedere nulla, se non la luce di tanti lumicini e candeline che s’
intravedevano dietro le finestre delle case circostanti, che
comunicavano tra loro la stessa sorpresa e la stessa curiosità. I lampi
dei fulmini e i rombi dei tuoni riportarono i curiosi sotto le coperte
e con le orecchie tese a sentire il lento canto di Micu che veniva
ripetuto “a pappagallo” e spesso storpiato da quel compagno
occasionale. Il “fatto” fu il commento di prima pagina del giorno dopo:
“Micu l’orbu fici un canta Lunastorta” (Domenico, il cieco, ha
costretto Lunastorta a cantare con lui). Una punizione esemplare ed
umiliante per quello scapestrato che avrebbe preferito 100 bastonate,
piuttosto che subire l’umiliazione della preghiera pubblica. Per giorni
e giorni non si fece vedere in giro.
Micu, non s’era fatto prendere
dall’odio, dal risentimento, ma aveva abbracciato, protetto e portato
in salvo, il suo persecutore d’ogni giorno. S’era fatto lume dell’anima
sua, ma Lunastorta un’anima forse non ce l’aveva. Micu voleva
illuminare la strada degli altri, specialmente di quelli che vivevano
situazioni difficili. Voleva farsi carico del loro dolore, senza per
questo proiettare il suo nella disperazione di chi cercava aiuto in
lui. Egli seminava speranza nei cuori feriti… il suo dolore si
minimizzava se aiutava gli altri. Diceva: “la luce di Cristo, ridona la
vista ai ciechi ed illumina il mondo!”
Micu non era cieco dalla
nascita, ma lo era divenuto quando fu appena adolescente. Una malattia
lo aggredì, strappandogli la luce e i colori. Con la vista, perse anche
la pace e la fede. Si vergognò fino all’avvilimento della sua cecità.
La Divina Provvidenza lo sopportò misericordiosamente e a tempo
opportuno gli toccò il cuore. Micu disse che Iddio aveva operato in lui
la conversione, come un tempo aveva fatto con San Paolo, ma gli aveva
ritirato il “passaporto” e l’aveva rinchiuso nel convento di Platì.
Ritornò alla Chiesa e accrebbe la sua fede. Aveva sentito uno strano
richiamo dall’alto e cercò di fondere il materiale con lo spirituale.
Un giorno, sul calar della sera, passando da mastru Serafino, il sarto
dei poveri più poveri, si attardò nella sua bottega. Lo sentì disperato
perché quella sera non aveva nulla per sfamare i figli. Micu lo invitò
alla preghiera, la sola che avrebbe potuto dare risultati concreti.
Rifugiarsi nella preghiera significava abbandonarsi nell’abbondanza di
Dio. Da quella sera egli si recò spesso in quella sartoria per chiudere
la giornata lavorativa in amicizia con Dio. Suonava una campanella che
portava con sé e chiamava a raccolta i presenti: mastru Serafino, i
“discipuli” (gli apprendisti) e le altre persone che passando per
quella via, si volevano fermare. Dopo le preghiere e il canto, tutti
uscivano e tornavano a casa in silenzio, e forse anche per questo li
chiamarono “a fratellanza i Micu l’orbu” (la confraternita di Domenico
il cieco). In poco tempo, gli amici di Micu, divennero sempre più
numerosi e i luoghi di preghiera si moltiplicarono, anche le osterie
furono contagiate e nel tempo, tutte le piazze e le viuzze del paese. L’
appuntamento diventò quotidiano e ogni giorno si aspettava il passaggio
di Micu per le orazioni, per il dialogo con Dio. Rosario e bastone
erano i suoi strumenti di lavoro. Micu aveva moglie, ma non figli. Nel
contesto sociale del tempo, quando le famiglie non potevano prendere in
carico neanche gli orfani dei parenti, Micu, appena saputo di una
bambina, arrivata dalla vicina Cirella, che si trovava in stato di
abbandono e scansata da tutti, pur nella tremenda povertà in cui
viveva, si fece avanti, si recò presso la caserma dei Carabinieri, dove
in quel momento si trovava la piccola, chiese ed ottenne di prenderla
con sé e le diede una famiglia, le diede tutto il calore umano che il
suo cuore possedeva.
Micu riconosceva la voce di quasi tutti gli
abitanti del paese, difficilmente si sbagliava. Un giorno, era seduto,
con gli altri amici, avanti a putiga i mastru Ntonuzzu Velardi (avanti
alla bottega del signor Antonio Velardi). Passò di lì mio zio, suo caro
amico, che andò alle sue spalle e con le mani gli chiuse gli occhi.
Micu, che aveva riconosciuto quelle mani, desideroso di scherzare, e,
per far ridere la compagnia, ironizzò su sé stesso ed esclamò: “comu
fazzu i ti canusciu se mi teni chiusi l’okki ki mani? Micheluzzu,
mulinaru, veni davanti u ti pozzu viriri!”. (Come faccio a riconoscerti
se mi tieni chiusi gli occhi con le mani? Michele, mugnaio, vieni
davanti affinchè ti possa vedere).
Micu, di giorno in giorno, acquistò
popolarità e carisma. Amava la concretezza delle preghiere e nulla
aveva di fanatico. Nel tempo divenne anche il sagrestano della
parrocchia “Madonna di Loreto”: custodiva, puliva e riordinava la
Chiesa, cantava, suonava l’organo e le campane come nessun altro sapeva
fare, allestiva i paramenti sacri per le celebrazioni e faceva tanti
altri lavoretti.
Faceva da filtro alla gente per arrivare al sacerdote.
Fissava le date per le celebrazioni dei matrimoni, delle messe per i
defunti, per le confessioni e via discorrendo. Registrava tutto nella
sua testa: nascite, morti, cresime, matrimoni, festività. Aveva “una
memoria di ferro”, era un computer umano. Micu era il punto di
riferimento sempre presente per ogni richiesta della comunità. Teneva
per sé quello che era profano e faceva arrivare al parroco quel che
riguardava il sacro e lo spirito. Aveva particolari doti di
disponibilità, onestà, educazione e delicatezza, per svolgere quel
ruolo. Faticava, ma riusciva a sobbarcarsi tutti i lavori, animato
dalla sua grande fede. La sua povertà assurgeva a vera ricchezza per la
Chiesa e tanti furono i giorni che il suo “pasto” giornaliero fu
rappresentato dalla sola “Eucarestia”, dal “Corpo di Cristo”. Micu
diceva: “L’omini pammu ponnu campari, ndannu a mangiari, ma l’anima
ndavi bisognu i nattru nutrimentu, ndavi bisognu da carni e du sangu i
nostru Signuri, pacchì sulu Cristu a poti saziari. Sa simu in grazia di
Diu, simu vita i Diu. Quando Cristu trasi nto me corpu, mi sentu sazio
e a fami mi passa. (Gli uomini per poter vivere, devono nutrirsi ma l’
anima ha bisogno di un altro nutrimento, ha bisogno della carne e del
sangue di nostro Signore, perché solo Cristo la può saziare. Se siamo
in grazia di Dio, siamo vita di Dio. Quando Cristo entra nel mio corpo,
io mi sento sazio e la fame mi passa).
La voce di Micu è rimasta
impressa nella memoria e nel cuore di quanti lo conobbero: era il
tenore di Platì, il Pavarotti di ieri. Micu, ufficialmente era “u
bandiaturi du paisi” (il banditore del paese), figura caratteristica e
popolare del tempo, scomparsa ormai da decenni. Accompagnato da una
campanella, Micu annunciava al paese le novità importanti. L’annuncio
poteva riguardare sia una comunicazione dell’autorità, sindaco o
podestà che fosse, sia una comunicazione commerciale.
Poteva udirsi una
frase del genere: “Sentiti, sentiti, sentiti. U sindacu manda a dire ca
domani l’acqua manca pa tutta a jornata. Fimmini, parinchiti i
bagnaroli e i quartari pacchì non si sapi quando l’acqua torna”,
oppure: “Cu vuli u ccatta sardi e alici frischi, u vaji avanti a
chiazza mercatu ca arrivau u pisciaru. Faciti presto ca non ndavi
assai. Sardi. Alici, alici frischi” (Udite, udite, udite. Il sindaco
manda a dire che domani l’acqua manca per tutta la giornata. Femmine,
riempite le tinozze e le anfore, perché non si sa quando l’acqua torna,
oppure: Chi vuole comprare sarde e alici fresche, che vada in piazza
mercato che è arrivato il pescivendolo. Fate presto perché non ce ne
sono molte. Sarde. Alici fresche)
Nel primo caso il compenso al
banditore era pagato dal Comune nel secondo dal commerciante che aveva
commissionato l’annuncio. In ogni caso, pochi spicci che non bastavano
a sfamarlo per quella giornata. Pubblicità e compensi d’altri tempi!
Nel periodo natalizio, Micu girava per le vie suonando e cantando le
nenie natalizie, fermandosi qua e là e raccogliendo le offerte
occasionali, molti offrivano frutta secca, fritture e qualche bicchiere
di vino. Micu accettava tutto e ringraziava. La sua era sempre una
giornata missionaria. Nelle serate primaverili ed estive si metteva
“fora u ponti” (all’altezza del ponte) ed aspettava il ritorno dei
contadini dalle campagne. Si offriva loro per curare qualche piccola
malattia. Micu era anche il “medico” dei poveri. Conosceva molti rimedi
di medicina popolare, ma non voleva in alcun modo competere o
sostituirsi agli anziani saggi del tempo, che avevano sperimentato e
tramandavano alle nuove generazioni l’arte del curarsi.
Era ben
cosciente che non tutto era curabile e, pertanto, stava attento a non
consigliare rimedi sbagliati. Sapeva come curare l’otite, le malattie
bronchiali, l’artrosi, la cervicale. Conosceva l’arte di lavare e
disinfettare ferite ed escoriazioni, fermare il sangue (soprattutto
quando usciva dal naso), calmare la tosse, curare il mal di stomaco, le
irritazioni e gli arrossamenti, i geloni i calli e le verruche, il
giradito, la caduta di capelli, i foruncoli, l’infiammazione alle
gengive, il mal di denti, il raffreddore e il mal di gola, il mal d’
orecchio, le punture degli insetti, piccole scottature e bruciature,
screpolature, stitichezza, diarrea, mal di testa.
Per il fuoco di sant’
Antonio diceva: “chistu è i competenza du Santu” (questa malattia è di
competenza del Santo); e per i pidocchi e le spine: “competenza i chiji
chi non sunnu o scuru” (competenza di coloro che non sono al buio). Per
il torcicollo bastava il caldo di un fazzoletto o di una sciarpa. Per
misurare la febbre, Micu non si serviva del termometro, egli riusciva a
capire l’esatta temperatura del febbricitante toccando il polso e
poggiando la mano sulla fronte.
Riusciva a riportare i muscoli a posto
in seguito ad una slogatura, massaggiando e strofinando con le dita e
con la mano sulla parte infortunata e in questo era molto più bravo di
un fisiatra.
Aveva imparato a sfruttare le risorse che aveva a portata
di mano e riconoscere i rimedi nella natura. Ricette semplici dei
nostri avi che duravano nel tempo e che non avevano controindicazioni.
Aveva sempre parole buone per lenire un dolore ed offrire conforto. S’
informava sulla salute di tutti gli abitanti del paese e agli ammalati
i «privilegiati di Cristo», come a lui piaceva chiamarli, non faceva
mai mancare una visita, per poi cogliere l’occasione per invitarli alla
preghiera e finiva sempre con il recitare, assieme a loro, il Rosario.
Assisteva e incoraggiava tutti nella fede. Ascoltava due messe al dì:
una per la sua anima e l’altra per i più bisognosi. Parlava con
semplicità e fuori da ogni metafora sia alla gente comune sia ai nobili
che l’ascoltavano. Le sue parole ammonivano i peccatori e cantavano la
bellezza del creato e della felicità eterna. La sua persona colpiva chi
lo incontrava ed infondeva gioia e speranza in un mondo migliore.
Prediche, quaresimali, visite agli ammalati, invito alla messa: la vita
di Micu era composta in gran parte da queste attività. Aveva la
capacità di far riempire i confessionali ad ogni occasione,
specialmente nel sabato di Pasqua. Passava di casa in casa per
accertarsi che nessuno restasse in peccato.
Le case si svuotavano e
nessuno poteva mancare all’appello per far la fila davanti al
confessionale. I missionari riferirono di non aver mai confessato tanta
gente come a quel tempo. La salute delle anime era l’impegno principale
che aveva assunto con Dio e l’”Atto di dolore” era la preghiera che
doveva concludere la giornata di ogni cristiano. Un padre missionario
del tempo lo definì l’ “ultimo degli umili”.
Una volta Micu, nel
sentire la voce della gente, le risa delle giovinette, le urla dei
bambini fu preso dallo sconforto e invocò Dio dicendo: “Diu, Diu pachì
mi rassasti o scuro?” (Dio, Dio, perché mi hai lasciato al buio?). Ma
fu la disperazione di un momento, perchè quelle parole poi non li
pronunciò mai più.
Micu aveva una intelligenza enorme ed una ironia
sottile ed affilata che spiazzava sempre gli illustri letterati del
paese e quasi sempre finiva col dire: “La mia miseria vi giudica”. In
ogni caso miseria e handicap visivo non furono mai sufficienti a
procurargli sconfitta.
Personalità carismatica, uomo capace di colpire
i cuori con quella voce possente ed inimitabile e che a distanza di
oltre cinquant’ anni, risuona nelle orecchie di chi l’ha conosciuto e,
suscita un ribollire delle coscienze.
Agli occhi degli “stolti” con la
pancia piena, egli veniva considerato “uno scarto della società”, ma la
gioia del suo vivere, lo riscattavano da quegli insulti, l’amore lo
vendicava e il “suo essere immondizia”, si trasformava in ricchezza.
Nella sua miseria era più forte dei potenti.
Micu, con il suo stile di
vita e con le sue azioni, ha insegnato come nel mondo in cui viviamo è
presente l’amore, che si nota nel contatto con la sofferenza, con l’
ingiustizia, con la povertà, e, a contatto con tutta la “condizione
umana” storica, che, in vari modi, manifesta la limitatezza e la
fragilità dell’uomo, sia fisica che morale.
Portò a termine anche la
sua missione di padre adottivo. Gli ultimi anni della sua vita furono
vissuti nella solitudine. Lentamente la gente usciva dallo stato di
povertà e lentamente si dimenticava di quel “cieco” che era stato
lontano da ogni forma di ricchezza e di grandezza.
Micu morì,
stringendo al petto la corona del rosario con il Cristo crocifisso,
dicendo: “Arrivau u mumentu u lapru l‘occhi, dopo ma vita chi tinni
chiusi. Caru meu Signuri, kista sira l’occhi mei non si chiurunu, ma si
laprunu pammu virunu a tia, meu Signuri. Eu trasu nta gioia e rassu nta
tristezza tutti chijhi chi mi canusciunu e mi vonnu beni. Stasira mi
pari a festa du ritu, ca banda e cca lluminazione, pacchì Tu si a luci
e a gioia mia. Tu solu, O Gesù, figghu di Diu! O Gesù, figghiu i
Maria!”. (E’ arrivato il momento che io apra gli occhi, dopo una vita
che l’ho tenuti chiusi. Caro mio Signore, questa sera gli occhi miei
non si chiuderanno, ma si apriranno per vedere te, mio Signore, Io
entro nella gioia e lascio nella tristezza tutti coloro che mi
conoscono e mi vogliono bene. Questa sera mi sembra la festa della
Madonna di Loreto, con la banda musicale e con l’illuminazione, perché
Tu sei luce e gioia mia. Tu solo, O Gesù, figlio di Dio! O Gesù, figlio
di Maria!)

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