ANOMALIA SOTTACIUTA DAI MEDIA E LEGITTIMATA DALLE ISTITUZIONI

TARANTO: IL FORO DELL’INGIUSTIZIA.

Per gli errori giudiziari non ci sono avvocati locali che hanno il coraggio di mettersi contro i magistrati di Taranto. I Pubblici Ministeri che, presumibilmente, hanno sbagliato, intervengono in processi in cui si dovrebbe acclamare il loro errore.

“Basta errori giudiziari che distruggono la vita dei cittadini. Basta impunità per i responsabili”. Questo dice il dr Antonio Giangrande, Presidente della Associazione Contro Tutte le Mafie, che ha svolto una inchiesta sulla Giustizia in Italia, in generale, e a Taranto, in particolare.

Il presidente continua: “Secondo l’Eurispes sono 4 milioni gli italiani vittime di errori giudiziari negli ultimi 50 anni, ma a noi interessano i casi concreti”.

E’ di questi giorni l’ennesima denuncia, riportata da alcuni giornali, contro la violazione della libertà personale presso il Tribunale di Taranto.

Sono in carcere dal 21 maggio 1997 per un delitto che non hanno commesso. Francesco Orlandi e Vincenzo Faiuolo scontano una condanna per l’omicidio di Pasqua Rosa Ludovico, accoltellata a morte nella sua casa di Castellaneta (Taranto) il 17 maggio 1997. Ma un’altra persona, un tunisino, si è autoaccusato di quell’orrendo crimine, ha fornito le prove della sua colpevolezza, alla fine di una lunga indagine la Procura di Taranto ha chiesto il suo rinvio a giudizio.

La confessione del serial killer delle vecchiette, Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 44 anni, è “pienamente attendibile”. Questo scrive il gup del tribunale di Lucera (Foggia) Carlo Chiriaco. motivando la sentenza con la quale, il 15 febbraio 2008, ha condannato Sebai a 18 anni di reclusione (con rito abbreviato) per l’omicidio di Celeste Madonna, di 81 anni, uccisa a Lucera il 25 aprile 1996.

Faiuolo e Orlandi restano però in cella. L’avvocato Claudio Defilippi insiste: “Sono innocenti, scarcerateli e dateci la revisione”. Potenza, competente per il processo di revisione risponde di no. Sebai è credibile, ma questo non basta”.

Il presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ricorda altri casi.

Gronda ingiustizia la storia della strage della barberia, così come è stata rivisitata dalla Corte di Appello di Potenza. Quella Corte ha scagionato quattro innocenti, condannati come feroci killer per la mattanza dell’1 ottobre del 1991. Il punto di non ritorno della guerra di mala. Quel maledetto giorno i sicari della mala irruppero nella barberia di Giuseppe Ierone, all’imbocco di via Duomo. Spararono all’impazzata con mitra e pistole. Poi fuggirono lasciandosi alle spalle quattro morti e due feriti. Cercavano i boss rivali, invece, inchiodarono al suolo innocenti che con quella guerra tra bande non avevano nulla a che fare. Il primo di una lunga serie di tragici errori. Nelle ore successive alla mattanza, le indagini imboccarono la strada sbagliata. In carcere finirono cinque persone.

A distanza di sedici anni la Corte di Appello di Potenza ha definitivamente scritto che quattro erano innocenti. Giovanni Pedone, Massimo Caforio, condannati a trent’anni come esecutori materiali, e Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati ad undici anni come fiancheggiatori. Con quel tremendo delitto non c’entravano. Ma la Corte di Potenza, nel motivare la revisione va oltre il verdetto, svelando definitivamente particolari che inducono a riflettere. Un aspetto su cui oggi si è soffermato l’avvocato Carlo Petrone che in questa brutta vicenda ha assistito Giovanni Pedone, noto con il soprannome di “fafetta”. Pedone, meccanico di 51 anni, da innocente ha trascorso quasi otto anni in cella prima di intravedere bagliori di giustizia. Ma gli elementi che hanno portato all’affermazione della sua innocenza e di altri tre imputati erano già parzialmente emersi nel corso del processo madre. Collaboratori di giustizia del calibro di Francesco Di Bari avevano parlato, adombrando il sospetto di un depistaggio messo in atto da un boss che a suo dire era vicino ai servizi segreti. Ma quando quelle dichiarazioni furono portate in Appello, la Corte le bollò come un tentativo di inquinamento probatorio. E fa specie leggere che quel secondo grado del procedimento cominciò e si concluse in un giorno a dispetto della complessità del caso. Come dire che se la giustizia è lenta l’ingiustizia in quel caso fu rapidissima. Così come rapidi giunsero gli arresti per il quadruplice omicidio. A spianare la strada sbagliata agli uomini della Squadra Mobile un confidente. “Quel confidente – scrivono i giudici di Potenza – fu messo in camera di sicurezza con Aiello e Bello i quali si decisero poi a parlare”.

«E’ certo – ha detto l’avvocato Petrone – che qualcuno sapeva di quanto avvenuto durante le indagini».

Continua il dr Antonio Giangrande, parlando del caso Morrone.

“Oggi Domenico Morrone ha 44 anni. Un terzo della sua vita l'ha spesa dietro le sbarre. Ingiustamente. Lo avevano arrestato nel 1991 e condannato a 21 anni, perché, secondo l'accusa, aveva ucciso a colpi di pistola due ragazzini davanti a una scuola media di Taranto. Non era vero. E la verità è saltata fuori. Grazie alle confessioni di due pentiti e ad una revisione del processo, la Corte d'Appello di Lecce l'ha assolto. La stessa Corte gli ha riconosciuto 4,5 milioni di euro: soldi che pagheranno i cittadini italiani e non i responsabili dell'errore.

In base agli indizi raccolti da polizia e carabinieri, coordinati dal pm del tribunale di Taranto Vincenzo Petrocelli, Morrone, poche ore dopo i fatti, fu sottoposto a fermo per duplice omicidio, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e munizioni e spari in luogo pubblico. Ad incastrarlo – secondo l'accusa – c'erano le testimonianze di alcune persone. Sia al momento del fermo sia durante i processi a suo carico, l'imputato ha sempre detto di essere estraneo ai fatti, ma nessuno gli ha creduto.

«Questo processo è stato caratterizzato da lacune immense – denuncia l'avv. Defilippi – e i giudici di merito non hanno mai tenuto conto dell'alibi che Morrone aveva, che era stato confermato sin dal primo annullamento con rinvio della sentenza da parte della Cassazione. L'imputato ha sempre detto che al momento del delitto si trovava nell'appartamento dei coniugi Masone, che vivevano sullo stesso pianerottolo dell'abitazione della sua famiglia. I Masone hanno confermato l'alibi del giovane durante il processo ma sono stati condannati per falsa testimonianza, così come è stata condannata la mamma del giovane che aveva riferito la stessa circostanza: «Queste persone – conclude il legale – sono cadute nella fossa dell' inferno solo per aver detto la verità».

Il Presidente Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande, conclude.

“Il Sostituto Procuratore di Taranto, Alessio Coccioli mi ha denunciato con altri direttori di giornale presso la Procura di Potenza per diffamazione. La mia colpa: aver pubblicato e fatto pubblicare su vari giornali, nazionali ed internazionali, la mia indignazione. Il Sostituto Procuratore di Potenza, Henry John Woodcock, ha attivato il procedimento, a differenza delle decine di denunce attivate dal sottoscritto per alcune anomalie riscontrate presso il Foro di Taranto. Denunce tutte archiviate.

A Taranto si deve subire e si deve tacere !!!”

A Taranto, dove il 19 dicembre 2008 si è tenuta l’udienza contro Sebai. Il serial killer delle 14 vecchiette assassinate in Puglia negli anni Novanta non è credibile perché si è autoaccusato dei delitti solo per scagionare i veri responsabili, che ha conosciuto in carcere. Per questo il pm di Taranto, Antonella Montanaro, ha chiesto l’assoluzione di Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 44 anni, per due dei 14 omicidi di cui l’imputato si è accusato negli ultimi tempi. L’uomo è già stato condannato con sentenza definitiva a quattro ergastoli per altrettanti omicidi (all’epoca non ancora confessati) e, in primo grado, a 18 anni per un altro delitto compiuto nel foggiano per il quale il giudice ha ritenuto la sua confessione «pienamente attendibile».

La richiesta di assoluzione è giunta al termine del processo con rito abbreviato per l’uccisione di Grazia Montemurro, di 75 anni (Massafra, 4 aprile 1997), e di Pasqua Rosa Ludovico, di 86, (Castellaneta 14 maggio 1997. Per la prossima udienza (l'8 gennaio 2009) è attesa la requisitoria dei pm Maurizio Carbone e Vincenzo Petrocelli per altri due omicidi di cui Sebai si è attribuito la responsabilità: quelli di Celeste Commessatti, di 73, (Palagiano, 13 agosto 1995), e Rosa Lucia Lapiscopia, di 90, (Laterza, 21 agosto 1997).

Poi arriverà la sentenza. Sebai, arrestato a Palagianello (Taranto) nel settembre del 1997, ha confessato in tutto 14 omicidi e ha dichiarato di voler scagionare gli imputati detenuti ingiustamente. In sette sono stati condannati in via definitiva (un altro imputato si è suicidato dopo la condanna), ma fino a questo momento uno solo di loro, Cosimo Montemurro, ha ottenuto la semi-libertà.

Contro le conclusioni della pubblica accusa tuona il legale di Sebai, Luciano Faraon, di Venezia. «Questo pm – denuncia – non poteva svolgere indagini perché su questi fatti aveva già ottenuto sentenze di condanna a carico di altri due imputati ingiustamente condannati». «Il pm Montanaro – sottolinea Faraon – fa queste conclusioni per non dire di aver sbagliato in passato. Lo so che tecnicamente non vi è incompatibilità del pubblico ministero ma ciò è assurdo. Io non mi sento tranquillo». Per questo a gennaio solleverà questione di legittimità costituzionale (in relazione agli articoli 3, 24, 97 e 111) perché il fatto che la legge non prevede l'incompatibilità del pm (ma solo del giudice) lede i diritti dei cittadini. Il legale sta anche valutando se chiedere la remissione del processo dinanzi ad altro giudice. Mentre il difensore di alcuni dei condannati «per orrore», Claudio Defilippi, avvocato di Modena, chiede al Guardasigilli di inviare gli ispettori per verificare l’operato della procura di Taranto.

Il processo a carico di Ben Mohamed Ezzedine Sebai, il serial killer delle vecchiette che si è accusato di aver ucciso 14 donne, deve essere “trattato con la dovuta importanza che rileva la ricerca della verità e l'attuazione di una giustizia reale, anche al fine di evitare altre ingiustizie e il rischio di vita di persone, per scienza e coscienza dello scrivente sicuramente innocenti”.

E' quanto chiede l'avv. Luciano Faraon, difensore di Sebai, in una lettera inviata al premier, al guardasigilli, al procuratore generale presso la Cassazione, al csm e al procuratore generale di Lecce. Il legale ricorda che Sebai si è autoaccusato degli omicidi e ha dichiarato che intende scagionare gli imputati condannati ingiustamente al suo posto. Per scongiurare il rischio che altre persone condannate ingiustamente compiano gesti autolesionistici (una infatti si è suicidata), Faraon chiede ai destinatari della missiva di interessarsi alla vicenda e di accertare l'esito delle inchieste avviate dopo la confessione.

Il penalista fa presente che, nonostante le dichiarazioni autoaccusatorie di Sebai, il pm di Taranto Antonella Montanaro ha chiesto l'assoluzione del tunisino per due omicidi. Secondo il legale, sia il pm Montanaro sia il pm Vincenzo Petrocelli, già accusatore di Domenico Morrone, 15 anni di carcere da innocente, che si stanno occupando delle indagini su tre omicidi confessati da Sebai, “avrebbero dovuto astenersi per evidenti situazioni di incompatibilità”.

Riferendosi ai due magistrati, Faraon osserva che “la condanna di Sebai farebbe emergere anche il loro coinvolgimento e non improbabili responsabilità, la cui sussistenza dovrà accertarla il CSM”.

Grazie dell’attenzione.

Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE

099.9708396 – 328.9163996

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