LE PROTESTE CONTRO I TAGLI CONTINUANO? CHE BRUTTO SEGNALE PER GL’ITALIANI ALL’ESTERO

di ANTONIO ZULIAN

Forse chi vive oltreoceano non si rende conto, essendo egli apparso sulla scena pubblica (tramite i portali on line) soltanto da pochissimi anni, cioè da quando, grosso modo, ha potuto eleggere direttamente i propri parlamentari. Ovvero, da quando su di lui sono piovuti gli occhi vispi dei candidati di turno, con le loro promesse “tutto gratis basta votarmi”. Da allora il mondo nostrano è diventato grande come un melone, cioè piccolo piccolo e fitto come la nebbia in Val Padana. Ignorando (egli, ossia il connazionale d’oltreoceano) che in Europa – e in Svizzera in particolare – da decenni si perseguiva la politica dello spreco delle note sovvenzioni e la rincorsa sfegatata a chi riusciva meglio a gabbare Stato e controllori (si fa per dire) in virtù dell’innata sapienza nel truccare registri e registrini degli altrettanto famosi corsi e corsetti.
Siamo vissuti di trucchi e con ogni probabilità moriremo da travestiti moralisti, inventori delle più assurde menzogne che mai si potessero concepire. Un esempio banale? I corsi di Lingua e Cultura, per i quali oggi “ tutto il mondo italiano all’estero protesta per i tagli che tolgono il futuro ai nostri figli”. Con l’appendice, se vogliamo, di quell’altra, coeva protesta, cioè per i tagli alle pensioni “ dei nostri poveri anziani residenti all’estero”, come mi è capitato di leggere sulla Stampa di Torino, grazie ad un articolo scritto da una giornalista che con ogni probabilità le sarà stato soffiato all’orecchio da qualche nostro saputello, vista l’evidente sua incompetenza dei temi trattati.
Eh sì, perché, dispiace dirlo, tutte ‘ste cose bisogna averle trattate per anni, averle vissute, scrutate dai vari punti di osservazione. Ma soprattutto, bisogna averle indagate, e come minimo sapere che, per quanto concerne il taglio alle pensioni ai “ nostri poveri emigrati anziani “, la cosa è da imputare al governo che, carte alla mano, ha preceduto l’attuale.
Ora però esaminiamo insieme la protesta contro i tagli ai Corsi di Lingua e Cultura. Che significato ha? Credo che, a parte la nota bravura dei soliti noti e dei soliti partiti nell’organizzare le manifestazioni di protesta niente affatto spontanee bensì “tutto pagato”, non abbiano più significato né i Corsi su citati né le proteste per essi. Mi spiego: la prima battaglia giornalistica che feci (a proposito della lingua italiana da insegnare ai nostri pargoletti) fu contro le suore italiche, e cioè contro coloro che pretendevano mandassimo i nostri figli nei loro asili, appunto perché non dimenticassero la lingua madre. Ma come, dopo l’asilo non c’erano anche in Svizzera (in Germania, ecc.) le elementari? E nelle elementari non si sarebbe dovuto parlare tedesco? Forse che non si parlava tanto (già allora) di integrazione nel “tessuto locale” e di “resa scolastica soddisfacente” per i nostri scolaretti?
Lascio all’eventuale lettore il compito di rifletterci sopra, cioè se sia stato meglio mandare i propri figli negli asili locali, per apprendere la lingua del posto in cui si vive, o in quelli delle suore nostre, ad apprendere l’italiano, che già, bene o male, lo parlavano.
I Corsi: premesso che un bel taglio ad essi fu donato dal governo Prodi, cominciamo col dire che i nostri giovani –almeno in Europa- devono obbligatoriamente frequentare le scuole locali, che come si sa, sono assai ardue e molto selettive. Si dà poi il caso che solo in minima parte i corsi medesimi siano inseriti nelle materie curriculari delle scuole dell’obbligo. La gran parte di essi si svolgono in orari pazzeschi, cioè nel doposcuola. Che significa? Vuol dire che, solo dopo che il ragazzo (discente, secondo alcuni tromboni) ha dato tutto alla scuola locale, può dedicarsi ai Corsi. Con la conseguenza che non ci va né volentieri –sempre ammesso e non concesso che li frequenti-, né, anche volendo, può spendere le giuste energie per il suo apprendimento. Inoltre, è provato che nessun tipo di didattica e di pedagogia si può applicare a quei giovani, essendo essi mischiati nelle varie età e non avendo neppure l’obbligo di frequentarli.
Ma attenzione, signori miei: di fronte alla constatazione, inappuntabile perché ufficializzata dall’Istituto Federale di statistica svizzero, secondo cui quanti non hanno seguito i famosi Corsi, raggiungono un maggiore successo scolastico, c’è poco da obiettare. Infatti, prima ancora di quell’Istituto, anche noi svolgemmo una simile inchiesta, intervistando i protagonisti, giovani e anziani, direttori e ispettori, genitori, e verificando se nei registri di classe c’erano davvero i tanti nomi che si strombazzavano e che “ben volentieri” andavano a frequentare i Corsi.
Beh, scoprimmo l’incredibile! Tanto per cominciare, scoprimmo che il settore Corsi da sempre è martoriato e foriero di proteste di tutti i tipi. Perfino una baruffa tra insegnanti da Far West, avemmo modo di seguire in diretta. Tra onesti e disonesti, insomma. Non basta, perché scoprimmo che a protestare contro certi “rientri” in patria non graditi, non erano i genitori dei figli in mano a quegli insegnanti, bensì loro stessi che li avevano sobillati dopo l’opportuno racconto-frottola secondo cui, senza Corsi di Lingua, i loro figlioli non avrebbero più potuto iscriversi nelle scuole italiane, in caso di ritorno in patria. E i famosi e moltissimi nomi nei registrini di classe? Ma per piacere…Più della metà erano di gente già rientrata, di ex frequentatori o di semplici nomi avuti chissà come e che mai si erano presentati al corso. Vogliamo fare un simile controllo anche domani? Scommetto per primo che nulla è cambiato.
Oh, ma c’è un gran bisogno dei Corsi, si urla per le pubbliche vie. O cari, per apprendere oggi una lingua ci sono mille modi e cento sistemi, il peggiore dei quali credo sia proprio la frequentazione di detti Corsi, che poi altro non sono che la punta di diamante del carrozzone parassitario che ci portiamo appresso da ormai troppi anni. Un carrozzone che fa comodo a sindacati e maestrini politicizzati, agli inesistenti (in quanto ad efficacia) Comites e Cgie, al ciarpame politicante e burocrate che ci ritroviamo tra i piedi e che, grazie a quel mondo strillaiolo e mangia a ufo, continua ad esistere e ad impedirci di crescere e di adeguarci alla modernità.
Ma lo sapevate che fino a una quindicina di anni fa, più o meno, nella sola Svizzera tedesca e francese c’erano ben 230 insegnanti di ruolo, 8 Direttori didattici e un Ispettorato presso l’Ambasciata che ci costava quanto un Ospedale? Eccovi gli stipendi di lor signori. Maestri elementari e Professori: dai 6 mila agli 8 mila franchi svizzeri mensili per 14 mensilità (equivalenti in vecchie lire a 8 e 12 milioni). Direttori: 12 mila franchi mensili (18 milioni di lire). Esentasse. E mica era finita lì, perché c’era pure per loro lo stipendio “metropolitano”, equivalente a 1 milione e 400 mila lire mensili, e su questi, ahimé, ci pagavano le tasse. Poveretti.
Ecco, moltiplicate le cifre che avete sotto gli occhi per il numero degli insegnanti in Europa, che allora c’erano (qualcosa come 7-800 unità) e capirete perché oggi non c’è nessuna ragione di protestare.
E tutto per insegnare quattro acche d’italiano e un po’ di geografia a dei ragazzi che non si reggono in piedi causa la mancanza di energia altrove gettata con maggior profitto e prospettive? Certo, tutto si può fare, anche i furbi, al punto di volersi fare i propri, porci comodi, per poi scambiarli per presunti diritti negati agli altri. Nella fattispecie, ai nostri figli, che in Italia non ci torneranno più se non per le ferie a salutare la nonna. Almeno finchè ne avranno una. Dopodiché (e già ci siamo) saluteranno i nonni in Svizzera dalle Isole Maldive. Quelli che, per l’appunto, oggi protestano perché gli è stata raccontata –dai nostri amati mentori- la favoletta del lupo e dell’agnello.

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