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Geronzi: prima rifila bidoni a Unicredit, poi corre a salvarla. Ora vuole il condono

Geronzi, ragioniere di Marino, da semplice direttore generale della Cassa di Risparmio di Roma, acquista dall’Iri il Santo Spirito e poi il Banco di Roma. Negli anni Settanta lavorava alla Banca d’Italia come capo del servizio esteri, quando Fazio era responsabile dell’ufficio studi. Per rafforzarsi sulla piazza milanese, Geronzi ricorre a Giuseppe Ciarrapico, pluricondannato per lo scandalo Italsanità, per finanziamento illecito ai partiti, per il crac del Banco Ambrosiano, ed oggi parlamentare del Pdl.
Grazie ai suoi finanziamenti Ciarrapico costituisce il gruppo Italfin 80 che in pochi anni diviene dominante nel settore delle cliniche e delle acque minerali. Al momento del crac l’istituto romano risulterà impegnato per 300 dei 450 miliardi di lire dell’insolvenza. Se la cava una prima volta per l’accusa di false comunicazioni alla Banca d’Italia quando era presidente della Banca di Roma grazie ad non luogo a procedere per prescrizione del reato contestato, re cioè aver ostacolato le funzioni di vigilanza della Banca d’Italia sul bilancio 1996, con riferimento a crediti per ben 14.400 miliardi di vecchie lire concessi sembra senza sufficienti garanzie a politici ed imprenditori. Geronzi invece è implicato nella vicenda Federconsorzi, crac da 7 mila miliardi di vecchie lire, dal quale per altro è uscito assolto. Nella fase precedente la quotazione di Mediaset (1996), Geronzi sostiene la Fininvest profondendo crediti quando nessuna banca credeva più nella holding del Biscione, fortemente indebitata. Nel 1993 Ciarrapico e Cragnotti finiscono in carcere, mentre Berlusconi viene indagato. Dirigenti dello stesso gruppo bancario romano sono posti sotto indagine per i certificati di deposito rubati del Banco di Santo Spirito. Nell'ambito del processo per il crac Parmalat è indagato per usura aggravata e concorso in bancarotta fraudolenta. Avrebbe costretto Tanzi ad accollarsi la società Ciappazzi, appartenenti al gruppo Ciarrapico e priva di valore, finanziandone l’acquisto con tassi da usura. Per il filone Eurolat, Geronzi è rinviato a giudizio per estorsione aggravata e bancarotta fraudolenta. Avrebbe imposto a Tanzi l'acquisto di Eurolat, società del Gruppo Cirio di Sergio Cragnotti ad un prezzo gonfiato, minacciando di chiudere gli affidamenti bancari. In Eurolat c’era la Centrale di Roma, ceduta l’anno prima a Cirio per 107 miliardi di lire dal Comune e rivenduta da Cragnotti a Parmalat per 760 miliardi. Gran parte della plusvalenza (416 miliardi) è finita direttamente alla banca di Geronzi per ridurre l’esposizione con Cirio. La Direzione distrettuale antimafia di Roma ha anche aperto un’inchiesta per un buco da 80 milioni di euro, denunciato dallo stesso ufficio legale dell’istituto romano ma creato da dirigenti di Capitalia con l’appoggio di professionisti esterni. Geronzi è poi indagato di frode riguardo l'emissione e collocamento dei 'bond' Cirio tramite Capitalia. Per il crac Italcase è stato condannato in primo grado per bancarotta a 1 anno e 8 mesi più l'interdizione di esercitare uffici direttivi presso qualunque impresa per 2 anni. Per questo ha perso i requisiti di onorabilità necessari per essere amministratore di banca e è stato sospeso. Ma è bastato che l’assemblea della banca gli confermasse la fiducia per restare al suo posto. Per il caso Telecom viene indagato per frode fiscale e la vicenda si chiude con un assegno di 156 milioni che mette fine al dossier della maxi evasione fiscale di Bell, la holding lussemburghese multata per 1,937 miliardi dall'Agenzia delle entrate. Dunque, con uno sconto stratosferico di 1,78 miliardi. Bell era controllata da Hopa, la merchant bank di Emilio Gnutti, a sua volta partecipata anche dalla banca di Geronzi. E ora Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, è indagato anche a Perugia. Il sostituto procuratore Duchini lo ha messo sotto inchiesta per false informazioni al PM perché avrebbe detto il falso a proposito della vendita del calciatore giapponese Nakata alla Roma di Franco Sensi, all'inizio del Duemila. Non bisogna dimenticare che Geronzi ha manifestato interessi nel campionato e nei suoi club. Indirettamente attraverso la figlia Chiara, fondatrice della società di procuratori Gea World, dove unitamente al figlio di Moggi è entrata nella vicenda di Calciopoli, da cui è stata assolta. L’altra figlia, Benedetta, è passata da dipendente della Lega calcio a consulente della Federcalcio di Franco Carraro. Carraro, va ricordato, oltre a presiedere la Figc in quegli anni è stato il numero uno della merchant bank di Capitalia, il Mediocredito centrale. Dopo la fusione tra Unicredit e Capitalia, a Cesare Geronzi che usciva di scena, il consiglio di amministrazione ha fatto un regaluccio di 20 milioni di euro. E’ vero che non aveva mai goduto di stock options, a differenza di molti suoi colleghi. Ad esempio nei mesi scorsi l'ex ad di Capitalia Matteo Arpe ha incassato, secondo le stime, tra stock option e buonuscita tra 40 e 50 milioni. Gabriele Galateri, ex presidente di Mediobanca, ha ricevuto circa 20 milioni di euro in quattro anni. L'ad di Banca Intesa, Corrado Passera, ha ottenuto nel 2006 stock option per oltre 25 milioni di euro. Risulta che Capitalia ha portato in dote a Unicredit circa 400 milioni di euro per controversie legali e revocatorie, cioè bidoni. Diviene Presidente di Mediobanca (il cosiddetto salotto buono della finanza italiana), dove elimina il sistema duale, in vita solo da un anno e che limitava la sua possibilità di decidere ed agire da solo. Ora ne è diventato una specie di monarca. L’unico ostacolo era Alessandro Profumo, un banchiere poco incline a rapporti discutibili con una certa politica. Non appena Unicredit si trova nel mare in tempesta a seguito della crisi delle banche americane corre in suo soccorso. Si dichiara pronto ad intervenire attraverso Mediobanca, fa da tramite con gli investitori libici che pongono sul piatto più di 1 miliardo di euro. E così Profumo non potrà più proferire parola. Ed ora gli manca solo il salvacondotto per togliersi di mezzo gli impicci giudiziari. In quest’ottica si rivolge alla “fabbrica delle leggi ad personam”, che Berlusconi tiene sempre aperta e ci prova nella conversione in legge del decreto “Alitalia” infilando un emendamento che lo salva dal reato di bancarotta. Perché non si dica che è una legge ad personam, salva anche un po’ di manager delle grandi imprese, ed anche Cragnotti e Tanzi e qualche altro. Non gli è andata bene ma, statene certi, ci riproverà.

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