Riparte il sogno americano

Saranno i miei venticinquenni di Australia oppure l’insofferenza per Porta a Porta ma anch’io non ho apprezzato – come Matilda Cuomo – il termine “nero”. Trovo assolutamente odioso riferirsi a persone utilizzando caratteristiche fisiche. Non è solo un “politically correct” di maniera. Ho imparato che le persone sono libere di esprimere la propria identità – quindi Obama può anche definirsi “black man” – ma è sempre grave e sbagliato definire gli altri secondo stereotipi, peggio quando questi si riferiscono al colore della pelle.

Spesso si dice che un’elezione presidenziale negli Stati Uniti è epocale. Non è generalmente vero.

Questa volta sì, però. Perché la vittoria di Obama non è stato un semplice arrivare primo. È stata una di quelle vittorie che cambia le regole del gioco. Obama è il primo presidente afroamericano a entrare alla Casa Bianca, anzi è il primo presidente multietnico e multiculturale, date le sue origini miste e le sue migrazioni esistenziali. Storica è anche l’ampiezza del suo successo che travolge la soglia dei 270 grandi elettori necessari all’elezione alla presidenza, arrivando addirittura a quota 349 contro i 147 di McCain e vincendo in stati impensati come Florida e Ohio.

Obama ha vinto perché ha incarnato il cambiamento (“change”, il suo slogan) e la determinazione a voler cambiare corso (yes, we can). Cambiare un’America che ha visto arrivare al capolinea non solo l’era Bush, fatta di guerre e impoverimento del Paese, ma l’intero trentennio apertosi con Reagan: l’epoca del cosiddetto neoliberismo, cioè la deregulation dell’economia e la supremazia della finanza sulla politica.

Molte speranza ha acceso il nuovo presidente. Più diritti civili in un Paese che negli ultimi anni li ha limitati, l’estensione dei servizi sociali come sanità e istruzione per i più deboli negli stessi Stati Uniti che hanno li hanno trascurati a vantaggio dei miliardari, il ritiro dell’Iraq, rapporti internazionali più diplomatici e meno muscolari, e tanto altro. I numeri ce li ha: anche in Senato la maggioranza democratica è solida, con 54 senatori su 100. Le riforme sono possibili.

Ma non illudiamoci troppo. L’era Clinton con tutte le sue speranze aveva in parte deluso e aveva aperto la strada all’era Bush, la peggiore della storia recente degli Usa. Questo perché le resistenze alla riforme dei poteri forti americani sono tante e molto forti.

Ma, al tempo stesso, non smettiamo di sperare nel cambiamento. Sostenere Obama è contribuire, fin dal nostro lavoro nell’opinione pubblica, anche fuori dagli Usa, anche in Italia, perché la politica possa tornare a dare voce a chi sta lontano dai riflettori.

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