Il nostro socialismo? Pensare agli altri nel futuro, in quel futuro di cui abbiamo nostalgia

Lettera a Vittorio Foa

di Felice Besostri

Caro compagno Vittorio, non Ti ho conosciuto da vicino nel senso di avere con Te diviso il pane, ma la Tua azione mi ha sempre suscitato un sentimento di ammirazione e rispetto.

Quello che mi è piaciuto sempre di Te è il rigore e la scelta di campo, in poche parole essere socialista coerente e conseguente: ce ne sono troppo pochi rispetto al necessario.

Rispetto ed ammirazione non comportano condivisione di tutte le Tue scelte politiche a partire dalla scissione della PSIUP negli ormai lontani anni Sessanta.

Sono convinto che le due scissioni che hanno travagliato il PSI nel Dopoguerra, quella di Palazzo Barberini nel 1947 e quella del PSIUP nel 1964, abbiano sortito effetti nefasti per la creazione in Italia di una forza egemone della sinistra dello stampo dei partiti socialisti, socialdemocratici o laburisti del resto d’Europa.

La mancanza di questa forza spiega il fatto che abbiamo la sinistra più debole d’Europa. In ogni caso, anche quando la somma di PSI e PCI aveva ben altra consistenza, la nostra fu una sinistra che non aveva la possibilità di governare insieme il paese con un proprio programma e un proprio leader.

Se le due scissioni non ci fossero state, Saragat avrebbe impedito la subordinazione frontista del Psi mentre compagni come Te e Lelio Basso avrebbero scongiurato le derive centriste e moderate.

Tutto questo ha segnato il destino della sinistra e democrazia in Italia, quindi anche il mio destino di socialista riformista (cotè intransigente) che ha avuto come punti di riferimento, oltre che in Te, in Pietro Nenni, Lelio Basso, Riccardo Lombardi e Fernando Santi, per rimanere in Italia. E se dovessi rivendicare ulteriori ascendenze, le rinverrei in Kautsky e nell’austromarxismo. Ripensandoci, uno strano destino davvero.

Caro Vittorio, non solo non condivisi la scelta dello PSIUP allora, ma sono rimasto sconcertato dalla moderazione con la quale hai accolto lo scioglimento dei DS nel calderone del PD. Forse è vero, che, anche questa volta, pensavi al futuro e non alle miserie del presente.

Sia come sia, con Te scompare l’ultimo dei compagni d’antan. Per non rendere il vuoto incolmabile, dobbiamo impegnarci verso i giovani, e farlo come Tu sei sempre stato capace.

Chissà se, come il coraggio di Don Abbondio, così anche i valori uno non se li possa dare se già non li ha. Possiamo, però, suscitare interesse e curiosità a cercarli.

Il punto di partenza, come Tu ci hai insegnato, è semplice: pensare agli altri nel futuro.

Questo moto in avanti appartiene alla tradizione iconografica socialista: il sole dell’avvenire, il sole di domani. Pierre Mauroy definiva i socialisti “eredi dell’avvenire”.

Dovremmo cessare, come sinistra tutta, di dilapidare, insieme con quello ereditato dal passato, anche il patrimonio futuro.

Nella nostalgia, il “bisogno di (ri)vedere” (secondo la chiara etimologia della corrispondente parola tedesca “Sehnsucht”), non ci si rivolge necessariamente a ciò che è stato, ma anche quello che avrebbe potuto essere e soprattutto a quello che dovrebbe essere: a ciò che dovremmo impegnarci a determinare per il futuro.

Socialismo come nostalgia del futuro. Questo Socialismo sarà, noi non sappiamo esattamente come né quando, ma sappiamo come potrebbe essere un mondo più libero e più giusto. Poiché ce lo siamo immaginato, ne abbiamo nostalgia. (adl)

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