Intervista a Souad Sbai: donne “senza velo”

Una persona eccezionale che, nonostante le minacce di morte continua la sua battaglia nella difesa dei diritti di chi soffre, soprattutto le donne e senza dimenticare “i luoghi dimenticati” come il Darfur. Grazie Souad.

L’8 marzo compie 100 anni, ma la donna non ha ancora raggiunto la pienezza dei diritti che una società moderna dovrebbe porre alla base. Il problema non nasce da fattori religiosi o culturali ma dal principio del “rispetto della dignità” dell’essere umano. La celebrazione della “festa” della donna, si è dunque svuotata di significati e viene richiamata da associazioni ed istituzioni solo per rivendicare i protagonismi su iniziative che spesso poco hanno a che fare con l’universo femminile.
Souad Sbai, da 29 anni in Italia è la direttrice del mensile in lingua araba “Al Maghrebiya” ma anche presidente dell’Associazione della Comunità Marocchina delle Donne in Italia (ACMID-DONNA) e membro della Consulta islamica e da anni sta portando avanti, quasi in solitaria, la lotta per l’integrazione delle comunità musulmane. La sua grinta e la sua voglia di togliere il bavaglio del silenzio, sulle violenze inaudite che le donne musulmane sono costrette a subire da parte degli uomini, non nella loro terra d’origine, ma nel mondo occidentale, ha caratterizzato la lunga intervista che con grande onore ci ha concesso.
Dottoressa Sbai, ACMID-DONNA due mesi fa ha messo a disposizione il N°verde 800.911.753 con il logo “mai più sola!”. Cosa sta accadendo?
Purtroppo quello che non avremmo voluto scoprire, ovvero storie di donne disperate, che subiscono violenze inaudite dai loro mariti, fratelli o padri. In poco più di due mesi abbiamo ricevuto oltre 780 telefonate, non solo dalle donne ma anche dai pronto soccorsi dove esse si recano per le botte ed i traumi cui sono sottoposte. Le volontarie del numero verde rispondono in arabo, francese ed anche in alcuni dialetti e questo offre l’immediata assistenza a chi, disperata, telefona.
Qual è la casistica territoriale e perché ciò accade?
Le telefonate giungono principalmente dal Nord e prevalentemente da quelle donne che si trovano in Italia da cinque anni. Riescono ad avere la forza di denunciare, ma quando si accorgono che la giustizia non tutela la donna musulmana, al massimo accettano di trasferissi nei pochi centri di accoglienza, molte però iniziano a tacere. Rispondere al perché tutto ciò accada è semplicemente una drammatica conseguenza di ciò che si sta verificando nel mondo occidentale
Può essere più chiara?
C’è una avanzata del radicalismo estremista “voluto” da alcuni potentati economici che investono nella islamizzazione dell’occidente. Molte delle persone che giungono in Italia ed in Europa sono “state “ convertite per creare la rete dell’Islam radicale, che nulla a che vedere con le posizioni religiose e culturale dei popoli musulmani. Per farle un esempio, in Italia, gli islamici che frequentano la moschea sono circa il 5% del totale. Di questi, tuttavia, i frequentatori regolari e assidui sono a loro volta una piccola minoranza, pari forse allo 0,5% del totale. Ma la presenza spesso deve essere “avvertita” ed uno dei modi per farsi notare è agire sui principi che regolano la vita delle donne. Per questo motivo la “finta paura” dell’occidentalizzazione della donna musulmana diventa un motivo per imporle il velo o peggio l’accettazione della poligamia.
Non è dunque rispetto delle tradizioni?
Assolutamente no. In Marocco esiste il “codice della famiglia” che introduce nuovi diritti per le donne arabe. Oggi una donna maggiorenne può contrarre matrimonio senza l'autorizzazione del padre o di un maschio della famiglia, può scegliere il marito liberamente, non sarà obbligata a sposarsi se non lo vorrà, e potrà farlo solo dopo i 18 anni. Per quanto riguarda la poligamia, è diritto della sposa includere nel contratto matrimoniale una clausola che vieta al marito di avere altre mogli. E’ abolito il ripudio della donna da parte dello sposo, ed è stato sostituito da un più moderno divorzio, inoltre essa potrà separarsi dal marito se questi le usa violenza o la lascia, e a lei potrà spettare l’affidamento dei figli. La trasformazione che sta travolgendo il Marocco, tuttavia, non sembra giungere alle comunità marocchine presenti in Italia, per lo più fossilizzate su tradizioni e comportamenti che nelle città della madrepatria stanno scomparendo. Anche la violenza domestica, il ripudio unilaterale, il rifiuto del marito a concedere il divorzio alla moglie, anziché scomparire a poco a poco per effetto delle nuove leggi, in terra straniera sembrano radicalizzarsi. La Moudawana innovata pare non essere ancora giunta tra le famiglie magrebine di Torino, Milano, Roma, ecc.
Le sue dichiarazioni sono molto forti e le stanno creando problemi personali a causa di attacchi e minacce che le sono giunte. Ha paura?
Se le mie parole mi fanno apparire estremista ebbene allora si, sono un’estremista!.Ma non ho paura. La verità è che occorre svegliarsi e svegliare le coscienze. Bisogna partire dalla gente, e imporre alla politica una ferma presa di posizione.
Dicono che lei possa essere candidata al parlamento italiano, è vero?
Non sono una persona “comoda” per la politica perché non accetto le strumentalizzazioni, nonostante sia fermamente convinta che la “Politica”, possa dare molto. Perché ciò avvenga è necessario credere fortemente in essa. Io porto con me l’esempio di mio padre se si è battuto ed ha pagato con la sua stessa libertà per i suoi ideali politici, felicitandosi quando essi risultarono vincitori in Marocco. Ideali e non ideologie. Personalmente sono stata invitata, con convinzione, a dare il mio contributo in termini di presenza alle prossime elezioni. Sto ponderando la mia scelta in funzione della garanzia di mantenimento della mia indipendenza e soprattutto di sostegno alle istanze di cui sono portavoce.
Oltre alla tutela dei diritti negati quali problematiche ha più a cuore?
Sulla questione del multiculturalismo si sono scritte centinaia di pagine senza che però fosse stato colto il vero significato. Il multiculturalismo sano è quello colorato, costituito dalle pluralità delle popolazioni, ma esso è ben lontano dall’accezione comune che invece ritiene di dover attuare le regole tradizionalistiche dei popoli di appartenenza. Quante sono realmente le donne che liberamente difendono il velo? Nessuna. Ma tante invece chiedono di poterlo togliere, altre, soprattutto giovani chiedono di poter avere il permesso di soggiorno italiano per poter conseguire un diploma. Ragazze italiane, che parlano, vivono e vestono italiano, ma che non essendo cittadine italiane si vedono negare dei diritti fondamentali. Occorre dunque rivedere le leggi e soprattutto il concetto di integrazione.
Ed allora stiamo tornando indietro?
Si. Occorre fare un “J’accuse” ad alta voce. Occorre denunciare chi non fa nulla e chi fa male. Abbiamo avuto ministri donna in Italia che non hanno manifestato alcun pensiero ed altre che hanno inserito nell’osservatorio sulla violenza alle donne 4 uomini, quasi come mettere un pedofilo in una scuola. Nessuno parla e chi parla viene tacitato.
Si riferisce a qualcuno in particolare?
Tanti. Una donna per tutte Giuliana Sgrena che nel suo ultimo libro è stata censurata per avere raccontato la verità e la volontà delle donne islamiche di velarsi. Lei ha colto, da donna che conosce e che ha vissuto il male, come dietro il velo si celi l’aspetto più visibile del tentativo di “reislamizzare” in modo radicale, interi Paesi e gruppi sociali, anche con mezzi inediti. Racconta come in Somalia molte donne vengono pagate dai gruppi integralisti per andare in giro velate, o in Bosnia, dove, donne che per la stessa ragione, ricevono uno stipendio di 300 euro al mese, che spesso vuol dire la sopravvivenza di un’intera famiglia. Ma non solo silenzi sulle donne. Ci sono silenzi atroci su interi stati, il Darfur, per esempio del cui dramma nessuno parla.
In Italia esiste un movimento Italian Blog for Darfur che sta cercando di sensibilizzare i mezzi di comunicazione. Ma la televisione parla d’altro!
È lodevole l’iniziativa che Italian Blog for Darfur porta avanti ma non basta. Anche noi con Al Maghrebiya oltre a dedicare molto spazio ad Darfur, ma mai abbastanza, abbiamo fatto un appello per cercare di mandare degli aiuti tramite il sistema dei messaggini telefonici. Le iniziative di sensibilizzazione però devono essere recepite dalla politica. Sono gli Stati che devono prendere posizione. Sarebbe interessante capire cosa vorranno fare i rappresentanti degli schieramenti che si apprestano a chiedere il voto, per risolvere i problemi veri: le donne, gli immigrati, le guerre dimenticate.
Un messaggio che riporta ai diritti negati. E pensare che c’è chi crede che il giorno della donna sia solo quello della mimosa.
intervista rilasciata a Giulia Fresca per ItalianBlogs for Darfur ed “Il quotidiano della Calabria”

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