GIORNO DELLA MEMORIA Un discorso francofortese

di Saul Friedländer

Saul Friedländer il 14 ottobre 2007 è stato insignito alla Fiera del Libro di Francoforte del “Premio per la Pace” dei librai tedeschi. Di seguito riportiamo in versione quasi integrale il discorso tenuto dal grande storico di origine ebraico-cecoslovacca nell'accogliere il prestigioso Premio.

Sono cosciente che questo premio mi è stato assegnato in parte rilevante a causa delle tematiche di cui mi occupo svolgendo il mio lavoro; ed è proprio per questa ragione che accetto con grande umiltà un'onorificenza la cui importanza va ben oltre ogni prestazione individuale. Nel contempo, l'oggetto storico di cui mi occupo in quanto studioso (…) non è, per me in quanto persona, un’astrazione. Il che spiega forse i miei sentimenti contrastanti di questo momento.
Ho deciso, nella mia breve replica, di illustrare estratti di alcuni documenti, per lo più lettere, che con qualche eccezione, non sono mai state pubblicate. Le hanno scritte membri della mia famiglia e loro amici, in tedesco, loro lingua madre. Come ho cercato di mostrare nel mio lavoro, questi sguardi sul passato di singole persone rivestono, nella rappresentazione della storia, un significato di carattere generale. Oggi non ho né pretese di scientificità né intenti polemici; nutro semplicemente il desiderio di esprimermi nell’unica maniera, per il mio modo di sentire, adeguata a questa ricorrenza.
Il 28 settembre 1942 poliziotto francese Roulhac protocollò le dichiarazioni dei miei genitori dopo il loro arresto, avvenuto alla frontiera tra Francia e Svizzera. Entrambi, rilasciate le proprie generalità, riassunsero la loro vicenda, con parole simili, prendendo le mosse dalla fuga da Praga: Mi padre dichiarò: “Lasciai la Cecoslovacchia nell’aprile del 1939, dopo l’annessione del paese alla Germania, poi riparai a Parigi, dove rimasi fino al giugno del 1940. Quando i tedeschi arrivarono a Parigi, mi rifugiai a Néris-les-Bains, che è stata la mia ultima residenza. Nel settembre mi mossi in treno verso la Svizzera. Da Évian andai a piedi a Novel, lì attraversai la frontiera. Stamani sul presto sono stato arrestato dalla polizia elvetica e rispedito in Francia.” Mia madre Elli indicò di esser nata a Ober-Rochlitz nella regione dei Sudeti e di avere 37 anni; mio padre Hans (Jan in ceco) era nato a Praga e aveva 45 anni. Entrambi dichiararono di essere ebrei e di avere un figlio di dieci anni.
Era stato evidentemente un errore quello di scegliere la Francia quale paese d’esilio, ma nell’aprile del 1939 chi poteva saperlo? In quel momento la nostra famiglia si frantumò: mentre ci stabilivamo a Parigi, un fratello di mia madre riparò in Svezia con la nonna; gli altri fratelli raggiunsero la Palestina. Marta, la sorella di mio padre, rimase invece a Praga.
Nel giugno del 1940, quando i tedeschi si approssimavano a Parigi, riprendemmo, come ho detto, la nostra fuga: giungemmo a Néris-les-Bains, una piccola località termale nella zona non occupata, non distante da Vichy. Ci stabilimmo lì tra crescenti difficoltà materiali. Mia madre faceva l’estetista e la donna delle pulizie oltre a curare un pezzetto di terra che alcuni amici svizzeri le avevano messo a disposizione; mio padre, che di salute stava sempre peggio, dava lezioni private di tedesco.

A partire dal 1941 i generi alimentari divennero un gran problema. All’inizio del 1942 mia madre scrisse alla nonna che stava a Stoccolma: “I vostri pacchi rappresentano per noi un raggio di luce e ci danno tanta gioia. Questo piacere però, come ho già detto, non deve costare oltre una certa misura. Vorrei soltanto aggiungere che le sardine sono tutte condite con la salsa di pomodoro. Se avete la possibilità di farcele avere sott’olio, sarebbero ovviamente molto più gradite. Hans la salsa di pomodoro non la può assolutamente mangiare. Le altre sono anche molto più nutrienti. Se, in luogo delle sardine, è lecito inviare qualcos’altro, la cosa sarebbe davvero molto gradita. Le sardine, considerando il loro peso, non è molto razionale spedirle; ma naturalmente non so cosa sia possibile. I bonbon, in particolare le caramelle, sono una cosa magnifica. Non ci sarebbe latte condensato? Tu puoi capire da te, cara mamma, quel che può servire qui. Molto gradito è tutto ciò che contiene grassi e zuccheri. Anche le conserve di carne sarebbero una bella cosa. (…) Ci ha fatto molto piacere ricevere la lettera di Marta (la sorella di mio padre che era rimasta a Praga). Anche noi, come voi, tremiamo da una lettera all’altra… è un orrore.” Tutte le lettere potevano essere aperte dalla censura.
Il 16 aprile 1942 mia madre inviò un'altra lettera in Svezia. Ed entro nel merito, oltre ai soliti commenti sui pacchi, delle notizie su Praga, ricevute tramite la Svezia: “È una grande consolazione che le persone interessate (i parenti di mia nonna) siano a Theresienstadt e non come tanti altri in Polonia, dove è certamente molto peggio. Speriamo che rimangano lì e che [la stessa sorte] non tocchi a tanti altri. Si può solo sperare anche se purtroppo non ci si può credere molto…” Ritornano poi in primo piano le sfide quotidiane e le “scoperte”: “Qui grazie a Dio la primavera è arrivata molto prima rispetto allo scorso anno ed è da un bel po’ che non dobbiamo riscaldare. Ho già piantato un paio di patate novelle e la prossima settimana semineremo il resto…. Purtroppo alcune galline si divertono a venire nel mio orto e mi hanno scombussolato la mia semina di piselli; andrò avanti solo con le patate e il mese prossimo con fagiolini e borek (“porro” in ceco), semenze che ai merli non sono gradite. A proposito: non puoi neanche immaginare cosa non fanno qui con i porri…” Seguono alcune ricette. Mia madre era una buona cuoca, e mia nonna famosa per la sua eccellenza in cucina.
Il 15 luglio ebbero inizio le deportazioni in massa degli ebrei stranieri dalla Francia. Dapprima la cosa riguardò il territorio occupato, da agosto poi, con il sostegno di Vichy, fu la volta degli ebrei che vivevano nelle zone non occupate. Da quel momento in poi sopravvivere divenne una questione di pura casualità. Ripensandoci, si può dire che ogni tattica di comportamento non era altro che un cieco tastare nel buio.
Presi dal panico, i miei genitori posero alla ricerca di un nascondiglio sicuro per me; scelsero infine collegio cattolico, un cambio di identità e un battesimo. Gli accordi in tal senso furono presi da Madame Macé de Lepinay, abitante del luogo, stava imparando il tedesco con mio padre. Mi madre si era rivolta a lei con una lettera in tedesco, il 28 di agosto, supplicandola: “La mia grande, accorata preghiera, stimata signora, è che Lei si prenda cura di nostro figlio accordandogli, fino alla fine di questa terribile guerra, la Sua protezione. Non so quale sia il modo migliore per proteggerlo, ma ho la massima fiducia nel Suo buon senso e nella Sua bontà. Il destino mio e di mio marito è ormai nelle mani di Dio. Se Lui vorrà che ce la facciamo potremo vedere la fine di questi tempi terribili. Se ci toccherà soccombere, avremo la grande fortuna di sapere che almeno il nostro amato figlio si è salvato. Il ragazzo possiede vestiti, biancheria e scarpe in abbondanza, e per lui vi sono anche abbastanza soldi. Verrò a deporre il tutto nella Sua casa se avrà l’impagabile bontà di dirmi di sì.”
Poiché i miei genitori non trovarono alcun rifugio, decisero di associarsi a un gruppo che tentò di passare la frontiera svizzera. Come abbiamo visto, il piano fallì. “Il 28 settembre alle ore 6.15” – scrive il sottoufficiale di sorveglianza alla stazione di frontiera di Saint-Gingolph Aptheloz – “due giovani di Le Bouveret mi segnalano di aver incontrato un gruppo di 7 o 8 persone sulla strada che porta da Saint Gingolph a Le Bouveret; supponendo che si trattasse di profughi, ne informai immediatamente il capo della stazione che prese le misure necessarie.” Ancora nello stesso giorno il capostazione informava il comandante della zona di Vevey: “Alle 6:00 ho arrestato 6 ebrei consegnatimi dal sottoufficiale Apotheloz. Il signore e la signora Friedländer, il signore e la signora Preistag sono stati rimandati alle ore 6.30 sulla strada che porta a Saint-Gingolph.” Quella settimana potevano ancora entrare nel paese le coppie con figli piccoli, quelle senza bambini venivano rimandate indietro.

Il 30 settembre mio padre scrisse, sempre da St. Gingolph, a Madame Macé di Lepinay: “Abbiamo raggiunto la Svizzera dopo faticosissimo viaggio e ci hanno respinti. Non eravamo stati informati correttamente. Attendiamo ora di essere trasferiti al campo di Rivesaltes dove si deciderà del nostro destino nel modo che Lei ben sa. Non abbiamo parole per descriverle la il nostro sconforto e la nostra disperazione…” E infatti all’inizio di ottobre i miei genitori furono tradotti nel campo di concentramento francese di Rivesaltes, un luogo vicino dai Pirenei.
Il 5 ottobre vennero poi trasferiti da Rivesaltes a Drancy, poco distante da Parigi. Era quella la centrale di raccolta degli ebrei che dovevano essere deportati dalla Francia. Il migliore amico dei miei a Néris, il signor Fränkel, un ebreo austriaco, scriveva a mia nonna per informarla degli eventi: “Nell’ambito delle disposizioni generali nei confronti degli ebrei stranieri” — scriveva Fränkel – “i Suoi figli Elli e Hans sono stati trasferiti il 5 scorso in luogo sconosciuto. Che significa o la Germania o una qualsiasi altra riserva per ebrei”.
“Ne hanno passate davvero tante. Dapprima, verso la fine di agosto, erano ricercati: Hans riparò in una clinica, Elli era andata da amici e Paul stava nascosto. Quando la situazione di Elli divenne insostenibile anche riparò nella stessa clinica, dove rimasero fino al 25 settembre circa… Verso il 26 (settembre), sull’orlo della disperazione, certi ormai che non sarebbero potuti tornare alla loro dimora giacché la polizia aveva ordinato di farli internare, decisero di fuggire in Svizzera… Riuscirono ad arrivarci, con tanta fatica, ma per una disumana nozione o interpretazione della legge oppure per una particolare scalogna dei due disgraziati, le autorità svizzere alcune ore dopo ne decretarono la consegna alle autorità di frontiera… Condivido tutto il suo dolore, so quanto dolorosa sia l’incertezza giacché ho mio padre in Polonia (deportato da Vienna) e da circa un anno di lui non so più niente.” Fränkel stesso fu arrestato nel 1943, non si sa esattamente quando, e mandato a morte.
Né ci furono vie di fuga per mia zia Marta a Praga. Era stata insegnante in una scuola ebraica; in seguito aveva lavorato nell’ufficio della comunità. Nel mese di novembre del 1942 mia nonna la informò della deportazione dei miei genitori. Il 4 dicembre rispose: “Avevo sempre pensato al futuro e a un arrivederci con i nostri cari, ora, chissà se e quando questo potrà mai avvenire. Ma spero e continuo a sperare… Cara mamma sii forte e non perderti d’animo. Non siamo gli unici, questo è il destino di migliaia, e io continuo a sperare che la sorte ci ricongiungerà”.
Marta poco tempo dopo inviò ancora una lettera a mia nonna: “Questa probabilmente sarà l’ultima lettera che ti scrivo, per un po’, poiché entro il 1° luglio (1943) lascio anch’io Praga e tutti gli amici e colleghi. Non ti devi preoccupare o essere triste per questo; posso dirti in tutta sincerità che parto volentieri, sono contenta di raggiungere tanti nostri parenti e amici e di stare lì con loro…” Verosimilmente il tono, traboccante di ottimismo, doveva servire a risparmiare la nonna. E Marta continuava: “Dov’è Hans? … Penso così spesso a lui e a Elli, anche per questa ragione è bene che io parta, in qualche modo sarò più vicina a loro, credimi!” Il nome di mia zia è iscritto, a Praga, nella tavola commemorativa: deportata il 13 luglio del 1943 a Theresienstadt e il 6 settembre dello stesso anno ad Auschwitz, dove morì.
Facevano parte della tradotta di deportazione n° 40, che condusse i miei genitori da Drancy ad Auschwitz, 468 uomini, 514 donne oltre a 18 persone delle quali non si indica il sesso, per un totale di 1000 esseri umani, 200 dei quali erano bambini. La tradotta giunse ad Auschwitz il 6 novembre. Tra coloro che sopravvissero al viaggio, 639 finirono al loro arrivo nella camera a gas. Nessuna delle donne e soltanto quattro uomini erano ancora in vita alla fine della guerra. La morte di mio padre è riportata nelle liste del lager: il 1° dicembre 1942. Il nome di mia madre non è indicato; non si conoscono né la data né le circostanze della sua morte.

L’ultima lettera proveniente dai miei genitori, la scrisse mio padre a Madame Macé de Lepinay il 5 ottobre durante il trasporto da Rivesaltes a Drancy. Non sapevano dove il treno li stava portando. La lettera fu gettata dal treno e presa in consegna da dei quaccheri in attesa alla stazione mentre passavano i convogli dei deportati. “Madame” — esordiva mio padre in francese — “Le scrivo dal treno che ci sta portando in Germania. All’ultimo momento ho consegnato a un rappresentante dei quaccheri 6000 franchi e un braccialetto con un pendente, a una signora l’album con la raccolta di francobolli affinché li facessero avere a Lei. Voglia conservare queste cose per il piccolo e riceva per l’ultima volta i nostri infiniti ringraziamenti con i più cordiali auguri per Lei e la Sua famiglia. Non abbandoni il piccolo! Che Dio Le renda grazia benedicendo Lei e la Sua famiglia! Elli e Jan Friedländer.”
Sono passati 60 anni da quando risuonarono queste e innumerevoli altre voci simili. Eppure, nonostante il tanto tempo trascorso, esse ci commuovono con una forza e un’immediatezza insolite, continuando ad avere effetti ben oltre i confini della comunità ebraica. Queste grida hanno toccato vasti settori e diverse generazioni della società occidentale. Quando le ascoltiamo, non svolgiamo un rito istituzionale o commemorativo, ci sottraiamo alla manipolazione, a rappresentazioni commerciali dell’accaduto. Si tratta di voci individuali, che ci scuotono per il candore delle vittime che nulla immaginavano circa il loro destino, mentre intorno a loro molti ne sapevano l'esito e talvolta ne erano attivamente coinvolti. Le voci di quelle persone che andarono incontro allo sterminio ci toccano ancor oggi proprio per la loro innocenza e la loro solitudine nella disperazione. Le voci delle persone ci commuovono al di là di ogni argomentazione razionale, poiché mettono in questione e sempre nuovamente a dura prova la fede nell’esistenza di un’umana solidarietà.

Versione dal tedesco di Maria Satta Ermano e dall'inglese di Martin Pfeiffer

SEGNALIAMO DUE PUBBLICAZIONI
DI SAUL FRIEDLAENDER IN ITALIANO

• Friedländer, Saul. La Germania nazista e gli ebrei. 1.Gli anni della persecuzione, 1933-1939. Milano, Garzanti, 2004. ISBN 8811677017
• Friedländer, Saul. L'ambiguità del bene. Il caso del nazista pentito Kurt Gerstein. Milano, Bruno Mondadori, 2006. ISBN 8842499811

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