Il voto dell’altra America

Hillary è bianca, Obama nero, ma né i bianchi né gli afroamericani decideranno da soli chi dovrà correre alla conquista di Washington. I colori si annacquano nel meticciato. I voti dell’altra America- profughi per fame e dittature- stanno per scegliere l’ inquilino della Casa Bianca. Quattro anni fa, riconferma di Bush, i latini iscritti alle liste elettorali erano solo il 7,8 per cento. Gran parte dei nuovi cittadini arrivati dal Sud non avevano interesse a scegliere il presidente. Per loro cambiava poco. Si sentivano protagonisti di terza fila. Se lo stipendio medio dell’americano doc è più o meno 62 mila dollari l’anno, la paga di un ispanico naturalizzato non arriva a 30. E i clandestini ( tra i 15 e i 18 milioni ) sfiorano 20 mila dollari. Ma la dottrina dei repubblicani annuncia muri di confine e deportazioni e i latini si svegliano. Attorno all’elettore che si chiama Rodriguez, Ortega o Figueroa trepidano amici sbarcati nella terra dei sogni con la speranza di ripetere il miracolo dei pionieri arrivati anni fa. Casa, lavoro alla luce del sole e gli stessi diritti degli Smith, Westmoreland o Caputo. Ecco perché sono scesi in campo per trasformare i loro fantasmi in americani senza paura, ma anche per ipotecare il futuro della cultura della quale si sentono portatori nel paese che ha nutrito la propria grandezza col sincretismo delle culture importate. Non erano mai sfilati con cartelli di protesta; adesso sono in piazza. La fantasia latina fa balenare provocazioni che i muscoli di Schwarzenegher, governatore della California, con un filo d’angoscia definisce < irragionevoli >. Eccone una, virtuale ma inquietante: l’invito ad ogni cicano ( messicano o del Guatemala, Salvador, Nicaragua ) di alzarsi un mattino e non andare al lavoro. Bus paralizzati, alberghi senza servizi, strade sporche, centrali elettriche spente, distributori chiusi, campagne abbandonate. La California dell’allegria diventa l’incubo dei frigoriferi che si sciolgono; caos che aggroviglia le città e disarma gli ospedali. Senza cicanos, America allo sbando. Il testa a testa Hillary – Obana inaugura un cambiamento annunciato. Sfuma la pigrizia politica del gruppo etnico più numeroso dopo i bianchi. Governano televisioni, giornali; impresari ormai giganti, ma accanto all’ambizione dei singoli, la massa si accontentava di guardare e sopravvivere. Nei discorsi dei leader briciole di attenzione: fino a pochi mesi fa parlavano dei latini e della loro America per affari ed esportazioni, trattati di libero commercio, petrolio o Amazzonia. Succede anche in Italia: gli stranieri della porta accanto rompono le scatole con tanti problemi, ma è l’ impaccio del quale non si può fare a meno. E l’ America < delle banane > restava un giardino nell’ombra malgrado chi lavora spedisca ai diseredati rimasti a casa 58 miliardi di dollari: anno 2006. Un’inchiesta della Zogby International fa capire come nell’era Bush giornali e Tv l’ abbiano cancellata nella disattenzione. Non val la pena parlarne se non per parlare male di vecchi e nuovi mostri: Castro, Chavez, perfino il Morales della Bolivia. Alla domanda qual’è la regione del mondo più importante per gli interessi Usa, il 42 per cento risponde < Medio Oriente > perché dal Medio Oriente arrivano petrolio e terrorismo e perché in Medio Oriente i contribuenti riversano centinaia di miliardi, quei dollari di guerra. Quasi nessuno sa che gli Usa importano più greggio dal Messico che dall’Arabia Saudita. Ad una incollatura il Venezuela dell’orribile Chavez. Asia e Cina interessano il 23 per cento; Europa e Russia il 12, America Latina in coda: appena 7,3. Numeri di qualche mese fa. Adesso messicani, centroamericani, colombiani, brasiliani, decidono di far sentire il loro voto. E diventano protagonisti. Alle presidenziali di novembre la loro presenza nelle liste elettorali sfiorerà il 30 per cento, quattro volte più di un anno fa. Gran parte sceglierà i democratici con l’eccezione di qualche stato. Nella Florida dei cubani antricastristi corteggiati ed organizzati dalle famiglie Bush e dalle propaggini mascherate della Cia; nella Florida 2004, l’82 per cento degli elettori latini si era fidato delle promesse del presidente. Economia che impallidisce, tragedia Iraq e Fidel nel limbo della convalescenza, attenua l’isterismo conservatore. I lealisti restano maggioranza ma è una maggioranza senza trionfi.
Saranno i latino americani a decidere se alla Casa Bianca andrà Hillary oppure Obama. Mentre scrivo Hillary Clinton prepara l’estrema rivincita a El Paso, Texas diviso dalla Ciudad Juarez messicana dal Rio Bravo o Red River, fiume che le irrigazioni hanno ridotto all’acqua sporca di un fosso: cambia nome da una sponda all’altra. L’emigrazione latina ha triplicato le case di una città assediata da insediamenti militari, la meno ricca degli Stati Uniti. L’invasione l’ha trasformata e la vita degli antichi padroni è più dolce che a Chicago o New York. Su giornali e Tv pagine di annunci con offerte di lavoro. Di ogni tipo: sarte, parrucchieri, giardinieri, cameriere, operaie, muratori, meccanici, perfino architetti purché di lingua spagnola. Lingua vuol dire cultura, confine etnico che esclude l’altra minoranza: poveri afroamericani. L’inglese resta l’idioma ufficiale, ma è spagnola la parlata dei negozi. Le polizie che ondeggiano nel deserto a caccia di clandestini e le pattuglie degli xenofobi, provvisoriamente senza il cappuccio del Klu Klux Klan, non godono le simpatie della società che lavora. Per non parlare degli imprenditori. Un operaio Usa costa 26 dollari l’ora, un ragazzo messicano 26 dollari la settimana. E lo slogan del sociologo Victor Clark Alfaro distribuito dai giovani che agitano la campagna di Obama é un dogma che non si discute: nessun essere umano nasce illegale. E la clandestinità è solo la febbre dalla quale si guarisce con la cittadinanza Usa.. Questa America fa sempre i conti ed ha capito che senza le braccia di chi attraversa la frontiera i conti non tornano.
Hillary non avrà difficoltà a conquistarli, era la previsione di mesi fa prima che i blues di Obama scaldassero la gente. Il presidente Clinton aveva stemperato l’oltranzismo delle amministrazioni Reagan- Bush padre, ed è la riconoscenza che i profughi del sud conservano nella memoria. Con Clinton hanno smesso di essere braccia, finalmente uomini e donne. Il primo sollievo non si dimentica mai. La loro presenza ha soffocato le ambizioni di chi stava rimontando la speranza di una vita non appartata: afroamericani, sempre loro. Neri cresciuti nell’ingessatura delle regole bianche, satelliti di una società intransigente fino a trent’anni fa. Al di fuori di musica e sport, gli spazi aperti alle ambizioni del diventare borghesia restavano ristretti. Per far dimenticare il colore della pelle dovevano dimostrarsi più bianchi dei bianchi nella furbizia e nell’ intransigenza verso le nuove minoranze. Esempio- star, Condy Rice, replicante disciplinata della filosofia Bush. Negli slums delle capitali e nei ghetti del sud l’emarginazione si scioglieva con lentezza. Passi faticosi, uno alla volta. Il colore li mantiene ancora diversi con le dovute eccezioni. Attraversando le colonne d’Ercole della frontiera messicana sono arrivati gli ispanici, in apparenza sconsiderati nella scala sociale, ma con la novità di una formazione irrazionale per gli schemi del rigore protestante. Arrivavano e arrivano con la felicità del poter scappare in un posto senza uomini forti, società che misura le persone nell’espansione della produzione, non tenendo conto della piramide delle caste politiche e dei latifondi. Le masse nere sempre in coda: del resto dove possono scappare ? L’esser cresciuti nei paesi dalle democrazie formali con radici nelle oligarchie delle dittature, senza pieni diritti alla libertà, all’istruzione, al sindacato e alle attenzioni sociali che hanno accompagnato l’emancipazione degli afroamericani; senza quel minimo di serenità civile alle spalle, i latini sono allenati a sopportare miserie non diverse dalle pene di casa, ma con la certezza di una società che teoricamente permette di rovesciarle. Il nicaraguense che pulisce le strade guadagna in sette giorni quanto gli è possibile intascare a Managua in dodici mesi. E sopporta. E si adatta. E si arrampica rubando spazio al popolo di colore. Il quale reagisce, chiude le porte. Protesta e non accetta. Diffidenza che ha accompagnato e accompagna la guerra tra poveri con riflessi che preoccupano i latini ormai cittadini Usa, lontani dall’indigenza e decisi a difendere il loro posto al sole. Insomma, se il presidente deve essere nero, i latini ci pensano. Nessun razzismo ma la concretezza di chi non vuole rimpicciolire lo spazio conquistato.
Su questo schema Hillary aveva impostato la campagna fino a qualche tempo fa. Ma quando Obama annuncia < una nuova maggioranza nazionale > nella quale confonde uomini e donne, yankee, neri, meticci, ricchi e poveri, con l’entusiasmo che non tiene conto dei confini di partito, la signora Clinton deve rifare i conti. Per non isolarsi dai compagni yankee affascinati da Obama, i giovani latini votano in modo diverso dai padri e Obama vince dove doveva perdere. In Virginia, per esempio. Hillary si aggrappa alla convinzione che le differenze contano ancora. Il Texas deciderà e l’Ohio darà una mano a rianimare le ipotesi dei suoi analisti travolti dalla valanga dell’uomo nuovo. Forse per Hillary è l’ ultima spiaggia. Saranno i latini a decidere se lanciarle il salvagente.(Arcoiris)

mchierci2@libero.it

Cortesia dell'Unità

Lascia un commento