Sull’atto comunitario n.31 recante "Libro bianco sullo sport

Intervento del Senatore Marconi in commissioni riunite del Senato (VII – XIV) su comunicazioni del Governo sull'atto comunitario n.31 recante “Libro bianco sullo sport”.

Inoltre si avranno incontri con i movimenti e le associazioni ecclesiali promossi dal Senatore Marconi come responsabile dell'Ufficio Mondo Cattolico UDC:
– sabato 16 febbraio 2008 alle ore 15.30 presso Parco Hotel Ponte S.Giovanni di Perugia;
– venerdì 22 febbraio 2008 alle ore 16.00 Palermo via Pacinotti presso Istituto Don Orione;
– martedì 26 febbraio 2008 alle ore 18.00 presso Palazzo Sturzo EUR.

COMMISSIONI RIUNITE
7ª (Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica,
spettacolo e sport) e 14ª (Politiche dell’Unione europea)
COMUNICAZIONI DEL GOVERNO SULL’ATTO COMUNITARIO
N. 31 RECANTE «LIBRO BIANCO SULLO SPORT»
1ª seduta: mercoledì 5 dicembre 2007
Presidenza del presidente della 14ª Commissione MANZELLA

MARCONI (UDC). L’occasione è utile per fare qualche riflessione, come i colleghi che mi hanno preceduto, che può essere magari di orientamento – lo dico al rappresentante del Governo – per qualche decisione futura. Un’ora ogni tanto la Commissione e il Parlamento la possono ben spendere su un semplice ragionamento, quindi in questo senso considero positivamente il documento che ci viene offerto. Per il resto, mi allineo sulle posizioni del senatore Selva, condividendone l’atteggiamento scettico, in parte perché non ho mai apprezzato il fatto che, per una sorta di pretesa ideologica, lo sport possa diventare un po’ la panacea di tutti i mali. E a questo proposito sono elencati vari punti di importanza fondamentale: la cittadinanza attiva (in senso positivo), il volontariato, l’inclusione sociale, l’integrazione, le pari opportunità, la capacità di contrastare la violenza, il razzismo, la xenofobia, favorire lo sviluppo sostenibile, la formazione. Sembrerebbe che tramite lo sport, una sorta di nuova religione, si possano risolvere problemi antichi per l’uomo, a cui né la filosofia, né le religioni sono state capaci di trovare soluzione. Considero tutto ciò – siccome è vero quello che viene scritto e sicuramente di questo qualcuno è convinto – un fatto assai negativo, e lo voglio ribadire in questa sede. Se ci siamo ridotti ad attaccarci ad una rete di pallavolo o ad un canestro di pallacanestro o ad un pallone di calcio o al rugby per risolvere i problemi, soprattutto quelli dei nostri giovani, credo che questo non sia un grande passo in avanti; al contrario, crea una forte preoccupazione.

ASCIUTTI (FI). Ma è per aiutare a risolvere i problemi!

MARCONI (UDC). D’altra parte, è evidente che l’Europa è sempre più un popolo di obesi, e quindi abbiamo di fronte questo tragico problema come altri Paesi, primo fra tutti gli Stati Uniti. Non vedo adeguatamente sottolineato questo aspetto (lo dico questa volta in senso positivo), ossia quello che potrebbe fare lo sport dandoci un’educazione diversa, vedendo meno persone obese alle partite di calcio o di pallacanestro. Seguo la squadra di pallacanestro della mia città e queste scene sono uguali dappertutto, non ci sono solo nel calcio. Lo stesso fanatismo e la stessa inutile e ridicola tensione si esprimono anche in piccole competizioni sportive; non solo nel calcio, ma anche negli altri sport, si assiste alla manifestazione di atteggiamenti violenti, esagerati, che non hanno nulla a che vedere con il tifo; non so proprio cosa abbiano a che vedere con il tifo, che dovrebbe essere una cosa più scherzosa, gioviale, un momento di rilassamento piuttosto che quello a cui assistiamo. Il rischio che segnalava il senatore Selva è reale. Però per l’occasione vorrei arrivare a qualcosa di concreto che è stato segnalato e penso, sottosegretario Lolli, a quello che potrebbe fare lo Stato, che possiamo fare noi; non tanto quello che possiamo predicare o annunciare attraverso la nostra discussione sul Libro bianco, ma quale proposte possiamo fare. Penso allo sport nelle scuole: viene fissato un obiettivo, credo non irraggiungibile per lo Stato italiano, di minimo tre ore di educazione fisica nelle scuole.

ASCIUTTI (FI). Tre ore di sport, che sono distinte dall’educazione fisica.

MARCONI (UDC). Tre ore di sport aggiuntivo alla settimana; non so cosa si intenda, penso che sia nell’ambito dell’educazione scolastica, nei programmi ordinari. Attualmente si fanno due ore; se da due ore si passa a tre, vi è un aumento del 50 per cento, ed è già qualcosa. Se da due ore si passasse a cinque, sarebbe ancora meglio. Certo, con l’attuale manovra finanziaria che prevede per i prossimi tre anni una riduzione di circa 40.000 insegnanti in vari settori, ci si
pone su tutt’altra strada, considerando che per innalzare concretamente le ore di sport a scuola, si renderebbe necessario un incremento del personale docente e non il contrario. Dico questo senza alcun intento polemico, ma proprio per sottolineare che, se realmente si vogliono perseguire certe finalità, allora bisogna mettere in conto anche una possibilità di questo genere e personalmente la reputo anche una scelta positiva. Non mi dilungo oltre su questo aspetto, visto che mi ci sono già soffermato, sia pure in altre sedi e quindi mi permetto di richiamarmi a quanto già dichiarato in proposito. Allo scopo di contenere la spesa, ma nel contempo attrarre interesse verso lo sport, rendendolo una pratica generalizzata all’interno delle scuole, sarebbe opportuno immaginare un raccordo tra lo sport svolto a scuola e l’azione delle società sportive, in tal senso – così come è già avvenuto in molti altri Paesi europei – operando anche uno spostamento delle ore di attività fisica nella fascia pomeridiana; si tratterebbe di una iniziativa utile che forse porrebbe qualche problema di carattere organizzativo, che però potrebbe essere facilmente superato; basti pensare che in moltissimi istituti scolastici italiani si è già riusciti in taluni casi a predisporre un servizio di mensa. Peraltro, considero del tutto inopportuno che le ore di educazione fisica vengano frequentemente poste, come nel caso dell’orario scolastico dei miei figli, alla prima ed alla seconda ora; occorre infatti chiedersi come l’attività didattica possa proseguire in maniera proficua ed efficace per i ragazzi. Si potrebbe dare corso invece ad un’azione utile senza porre però su questa eccessiva enfasi. Considero invece molto teorico e determinato più dalla nostra pretesa ideologica di risolvere con legge ciò che dovrebbe essere un costume condiviso, il principio richiamato nel Libro bianco sullo sport in base al quale si impongono quote a favore dei vivai, come pure quello che stabilisce un tetto per i salari. Di per sé potrebbe trattarsi di iniziative positive, ma a mio avviso non possono essere realizzate semplicemente prevedendole all’interno di una norma o di una regolamentazione. Va peraltro considerato che l’allargamento della pratica sportiva – compresa quella indirizzata ad un agonismo non professionistico che si realizza anche attraverso una attività sportiva nelle scuole molto più intensa anche in termini di orari – induce ovviamente ad attingere ai vivai, e del resto anche lo sportivo professionista che viene acquistato da una determinata squadra immagino che all’inizio della sua carriera sia stato comunque selezionato nell’ambito di un vivaio. Analoga perplessità riguarda la possibilità di stabilire un tetto per i salari; al di là delle ipocrisie, è infatti noto a tutti come vengano gestite soprattutto le piccole società sportive, poiché sono queste e non le grandi, cui pure tutti guardiamo, che sotto questo profilo danno un’impronta al mercato. Ad esempio, nel settore della pallacanestro i bilanci delle società sportive che partecipano al campionato C1 si aggirano già intorno ai 250.000-300.000 euro, a livelli superiori, ovvero in B2, ci si attesta ampiamente oltre i 400.000-500.000 euro e gli stipendi sono già molto elevati. Peraltro, si tratta di società sportive che possono contare su una presenza media di spettatori al massimo di 600 tifosi e quindi gli incassi per la vendita di biglietti non coprono neanche il 15-20 per cento delle loro spese, che per la restante parte vengono quindi finanziate da sponsor. Ora, se si moltiplica tutto questo per centinaia o forse anche migliaia di società sportive medio-piccole ci si rende conto di quale possa essere l’interesse economico attorno a questi settori. Aggiungo che stabilire un tetto per i salari rischia anche di mettere in moto un pericoloso fenomeno sociale in base al quale molti giovani risulteranno in futuro privi di un’occupazione, pur avendone messi in movimento decine di migliaia, creando l’illusione di un lavoro futuro. Non so se sia possibile in tal senso incidere sulle piccole società; personalmente non mi faccio illusioni dal momento che tutti sappiamo che le gestioni e i bilanci possono essere portati avanti anche in termini non proprio trasparenti e quindi operare un controllo in questo ambito diventa oggettivamente difficile; ne consegue che anche in tal caso si pone una questione di tipo culturale. Pertanto, proprio ai fini della creazione di una cultura condivisa, l’unica possibilità che abbiamo è forse quella di incidere sulla nostra scuola, magari ampliando il numero delle ore di sport, ma questa è una scelta che spetta al Governo che in tal senso troverebbe però pieno sostegno da parte dell’opposizione.

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