2008 un anno ricco di celebrazioni

di Antonio Suraci

Il 2008 sarà l’anno delle celebrazioni, speriamo non solo fatte di belle parole, ma anche di proposte costruttive. Ricorreranno i sessant’anni della Carta Costituzionale (1948), il quarantennale del ’68, l’omicidio di Aldo Moro (1978), le morti di Martin Luther King e di Bob Kennedy (1968) e, non ultime, le riforme introdotte in Italia sempre in anni con terminale in 8: dall’interruzione della gravidanza (1978), al sistema sanitario nazionale (1978), alla chiusura dei manicomi (1978), per finire all’abolizione delle case chiuse (1958). Sul piano internazionale avremo da ricordare la nascita dello Stato di Israele (1948), gli attentati alle ambasciate americane di Dar es Salaam (Tanzania) e Nairobi (Kenia) da parte di gruppi legati a Osama Bin Laden (224 morti, oltre 4.500 feriti) (1998), la Carta Universale dei diritti umani (1948) , il viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba (1998) e il primo Bush presidente degli Stati Uniti d'America (1998). Sembra una coincidenza, ma gli anni terminati con il numero 8, dal 1948 ad oggi, ripropongono temi, dalla politica estera ai diritti dell’uomo, dalla riforma costituzionale alle riforme da attuare, che appaiono in tutta la loro attualità, quasi a smentire che il mondo in questi sessant’anni abbia avuto una accelerazione positiva verso la pace e la qualità della vita. Se il Muro di Berlino fosse caduto nel 1988 e non nel 1989 avremmo avuto la cosiddetta quadratura del cerchio. Ma anche se non è caduto nell’88 possiamo considerare quest’anno prodromico, con l’avvio del disgelo tra Reagan e Gorbaciov, di quanto poi successivamente accadrà. Partiamo per questo brevissimo viaggio dalla nostra Carta Costituzionale, ben diversa dall'allora Statuto Albertino. Frutto di una sofferenza popolare le cui radici affondano in un periodo da collocarsi ben prima del fascismo (con questo si drammatizzeranno), la Carta che i Padri costituenti scrissero rappresenta il giusto compromesso che consentì il traghettamento dell'Italia da monarchia insufficiente e deleteria a Repubblica. Il vecchio sogno del Risorgimento, a meno di cento anni dall'Unità, veniva realizzato. Ma come spesso accade tutti i sogni che si realizzano, si è dovuto fare i conti con il contesto in cui si materializzava. L'Italia di allora, sconfitta dalla guerra, ma salvata sul piano morale dalla Resistenza, dovette districarsi tra le forze in campo e gli Alleati per affermare un diritto sovrano. La Costituzione risente dell'organizzazione del vecchio Stato monarchico accentratore, ma porta in sé i germogli per fare dell'Italia una vera democrazia. Allora non si poteva fare altrimenti, anche per l'inserimento dell'art.7, frutto di un bilanciato compromesso tra cattolici e comunisti. La Costituzione del 1948 ha trasformato l'Italia in un Paese non perfetto, né liberaldemocratico, ma ha fatto sì che in sessant'anni intere generazioni potessero ragionare liberamente e confrontarsi con un sistema sino ad allora sconosciuto nella Penisola: la democrazia. Parafrasando Massimo d'Azeglio 'abbiamo fatto gli italiani, si tratta adesso di fare l'Italia'. Sì, merito della Carta Costituzionale è stato quello di avere dato un'anima al popolo italiano, di averlo fatto camminare insieme e di avergli dato quella dignità negata per troppo tempo. Ora bisogna, sotto le spinte internazionali, politiche ed economiche, riformulare lo Stato, favorendo una ingegneria costituzionale che non ne sacrifichi l'unità né la centralità propositiva e solidale, ma che sappia nel contempo realizzare autonome istituzioni territoriali, ben definite e non ripetitive, capaci di favorire un reale sviluppo democratico, sociale ed economico del Paese. I valori a cui ispirarsi non potranno non essere quelli di una società liberaldemocratica e laica, al centro della quale dovrà essere posto l'uomo, il cittadino, quale unico ed irrinunciabile bene della democrazia. Dovrà essere tracciata la strada per il consolidamento dei diritti a cui la Repubblica sarà chiamata a garantire la piena realizzazione, forte dei valori e dei principi che la vivificano, spogliandosi di quegli orpelli compromissori che ne hanno, in questi decenni, impedito l’attuazione. Sarà un lavoro lungo, non facile, ma alternative non ci sono, pena l'isolamento dalla società internazionale. Il dovere e la piena responsabilità dovranno essere i principi guida della nuova realtà politica, a cui dovranno fare eco i doveri del cittadino, al quale potranno essere richiesti sacrifici qualitativamente superiori agli attuali se finalizzati allo sviluppo giusto ed omogeneo della collettività. Per tutti questi motivi, senza avere ben presente “una certa idea di Repubblica” o averne una senza favorire la partecipazione dialettica di tutti i cittadini e non solo di alcune forze sociali, qualsiasi soluzione potrà risultare deleteria alla stessa vita democratica. Il vero impegno politico di oggi non è rappresentato dall'attuazione di una legge elettorale per la governabilità, ma è capire la qualità della governabilità che si intende attuare nell'interesse della Nazione. Possiamo formulare tante leggi elettorali quanti sono i soggetti sociali, ma nessuna, se prima non verrà avviata una seria discussione sul futuro della Repubblica, potrà mai dare i risultati sperati. I partiti sono e restano fondamentali in una democrazia, ma questi partiti non possono continuare ad esistere in base a guarentigie dagli stessi emanate. E' una rivoluzione culturale che si richiede e proprio partendo dall'attuale Carta Costituzionale potrà essere attuata la riforma delle riforme: una nuova vita costituzionale per la futura e moderna Italia. La morte di Aldo Moro rappresenta l’inizio di una lunga agonia del sistema politico italiano. Agonia che si concluderà agli inizi degli anni novanta, per continuare in una speranza di cambiamento mai realizzatasi. Il sogno di Moro era quello di rendere effettivamente partecipativa la vita della democrazia a tutte quelle forze parlamentari a cui prestava una lungimirante attenzione: il partito comunista primo tra tutti. Il mancato pieno coinvolgimento del Pci alla vita politica rappresentava, per Moro, il grande ostacolo alla modernizzazione del Paese. Un partito al 30% del consenso elettorale, sotto la guida di Enrico Berlinguer, avrebbe contribuito a sbloccare una democrazia bloccata da veti e da clientele trasversali che, nel tempo, avrebbero condannato l’Italia ad uno sviluppo economico e sociale limitato. Chi lo ha ucciso? Uno, nessuno, centomila! Stà di fatto che dopo la morte di Aldo Moro inizia la crisi delle istituzioni che ancora siamo costretti a subire per la pavida capacità delle forze politiche. Verranno gli anni della lotta al Pci e del suo autoisolamento, così come la corsa incontrollata del debito pubblico senza che questo fosse il prodotto di investimenti strutturali a vantaggio di una economia ormai statica sul piano della competizione e della proposta. Verranno gli anni in cui la classe operaia e non solo subirà forti condizionamenti e il salario inizierà a stagnare, il cui valore, sufficiente per allora, verrà dimezzato con l’introduzione dell’euro avvenuta senza controlli e senza previsioni apprezzabili. La conseguente polverizzazione della Democrazia cristiana non ha sottratto potere alle lobbies, ma ne ha facilitato l’ingresso in coalizioni e movimenti politici impreparati sul piano culturale a far fronte al capovolgimento politico realizzatosi dopo la caduta del Muro di Berlino. Il disegno politico di Aldo Moro, in qualche modo, si è realizzato, ma non nel rispetto delle autonomie culturali che ciascuno rappresentava, bensì in un minestrone politico in cui sia la parte cattolica che la parte ex- comunista, pur ispirandosi al riformismo e a principi liberaldemocratici, continuano a creare una confusione culturale che richiede, con urgenza, una ridefinizione dei contorni per non continuare nell’ambiguità in cui siamo costretti a vivere. Sul piano internazionale avremo tre momenti di riflessione: la nascita dello Stato di Israele, la Carta Universale dei diritti Umani e la prima violenta manifestazione del terrorismo internazionale che segnerà profondamente le coscienze soprattutto dopo gli attentati alle Torri Gemelle, a Madrid e Londra. Apparentemente le ricorrenze citate sono tra loro sganciate, ma solo apparentemente. La riflessione non può non prenderle in considerazione per uno spunto più complesso di quanto al momento appaia. In questi ultimi sessant'anni abbiamo avuto la sfortuna di vedere eluse tutte le dichiarazioni fondamentali che dal Palazzo di Vetro dell'Onu venivano lentamente e con fatica approvate. E’ stata evitata la tragedia una terza guerra mondiale, ma il mondo si è ritrovato sempre, salvo brevissimi periodi, ad interrogarsi su una politica internazionale che, a giustificazione della Guerra Fredda, aveva inventato la 'strategia' delle guerre locali. Dalla Corea al Vietnam, dall'Algeria alla Cambogia, dal Congo alla guerra tra Iran ed Iraq, dalle guerre in Africa alla prima Guerra del Golfo, dalla Palestina all'Iraq, dalla Cecenia all'Afghanistan, dall'India al Pakistan, dalla Somalia all'Eritrea, dal Sudan alla Jugoslavia. Per non dimenticare le soluzioni dittatoriali attuate nei diversi Paesi: Grecia, Argentina, Cile, Venezuela, Uruguay, Centroamerica, Asia, Africa, Europa dell'Est. Il mondo in questi ultimi decenni è stato messo 'a ferro e fuoco', ma sembra che nessuno se ne renda conto. L'unica grande novità, da non sottovalutare mai, è stata la realizzazione dell'Unione Europea: complessa, lenta, difficile, ma grande esempio di come la storia, se ben interpretata, possa garantire i frutti della pace: libertà e democrazia. Il filo conduttore di tutti gli eventi è rappresentato dalla violenza che ha caratterizzato ogni guerra, ogni rivolta, a negazione della validità della Carta Universale e della stessa Onu. Se per primo l'Occidente non ritrova il senso della propria esistenza sarà difficile che i diritti umani potranno avere un senso per le generazioni future. La democrazia non si esporta, ma si sostiene con le specificità di cui ciascun popolo intende dotarsi, si arricchisce con il rispetto dei diritti umani e si consolida riconoscendo a ciascun popolo il libero sfruttamento delle risorse. Banalità che sembrano dimenticate in un processo di globalizzazione che tende a mettere in discussione anche quelle democrazie più consolidate. E' una riflessione ampia che appartiene a tutti i popoli, ma che deve trovare in quelli più sensibili quell'opposizione costruttiva che sappia impedire ad altri di esportare guerre in nome di interessi particolari a danno della libertà e della giustizia. In molti pensavano che dopo la caduta del Muro di Berlino si andasse incontro ad un periodo maggiormente sereno. Venuto meno l'ottimismo, oggi il mondo si trova a fare i conti con teorie strampalate che hanno minato la fiducia degli oppressi verso gran parte del mondo Occidentale. Il terrorismo è frutto di queste teorie e sanare i danni prodotti richiederà sforzi politici notevoli e una autonomia europea ben più convinta di quanto non lo sia stata sino ad ora. Non sono in discussione le alleanze, sono in discussione i metodi e le finalità. Il dialogo non può essere a senso unico, verso i diversi, il dialogo deve riprendere all'interno dello stesso mondo Occidentale ritrovando la forza delle idee e la libertà di contrastare quelle che non rispondono agli atti internazionali sottoscritti e ripetutamente violati. La pace si costruisce garantendola, non violandola per favorire particolarismi che spesso sono il frutto di interessi i cui benefici devono essere difesi con le armi. Il 2008 dovrà essere un anno di riflessione politica e di coraggio. Occorre evidenziare ai Paesi amici che la strada intrapresa non ha portato ad alcuna soluzione e non vi porterà se non si coinvolgeranno tutti coloro che desiderano partecipare concretamente al raggiungimento di una pace equilibrata e, prendendo a prestito un luogo comune ottocentesco, onorevole. Nel 2008 ricorrono anche l'anniversario dalla morte di Robert Kennedy e di Martin Luter King. Quella di Moro è già stata ricordata, ma tutte hanno in comune una confusa conclusione delle indagini: conosciamo (forse) gli assassini, non ne conosciamo compiutamente le cause e i mandanti. Tutto è coperto da omertà e da una cascata di omissis che ne impediscono una corretta lettura, quanto, se non soprattutto, acuiscono la malattia che ancora condiziona le democrazie: segreti di Stato ed altro. Una domanda, che ricorrerà spesso: queste morti sono servite a qualcosa? E’ una risposta complessa che rischia di lasciare insoddisfatto anche chi tenta una spiegazione. In America quelle morti hanno portato sicuramente ad un miglioramento sul piano dei diritti civili, miglioramento che, senza lasciarsi influenzare dall’efficienza e dalla potenza che rappresentano gli Stati Uniti d’America, non ha saputo rispondere alle tante aspettative che una società multietnica si aspettava. Una ristretta élite nera ha raggiunto traguardi prima impensabili, ma non così le fasce deboli, gli emarginati non solo neri, ma quelli nuovi: gli ispanici. In America per avere un qualche pieno diritto occorre ancora imbarcarsi e andare a combattere in qualche angolo sperduto del mondo, dimostrare di essere ‘veri americani’, dando la vita, se necessario Fu così per il Vietnam e lo è ancora oggi per l’Iraq e l'Afghanistan. E’ sicuramente la patria delle opportunità in tutti i sensi, ma a vantaggio solo di chi può e di chi in premessa ha delle qualità che possono recare vantaggio al sistema, non necessariamente pubblico. Ma è anche la patria dei diritti negati: diritti non solo economici, ma anche umani. Ultimamente il presidente Bush ha messo il veto sulla riforma che avrebbe consentito a 12 milioni di bambini di poter usufruire del servizio sanitario gratuitamente ed è la seconda volta che il Presidente ne blocca l’introduzione. Dodici milioni di bambini, in maggioranza neri ed ispanici, attendono dalla più potente macchina economica del mondo l’elemosina per sperare, anche loro, di sopravvivere e di sentirsi, un giorno, ‘fieri americani’. La liberaldemocrazia americana ha creato un sistema che difetta sul piano dell’uguaglianza e della giustizia. Con troppa disinvoltura l’America sorvola sui principi fondamentali dell’umanità se la salvaguardia degli stessi mette in discussone il ruolo di potenza che si è data: dal Tribunale penale internazionale, all’esportazione violenta dei valori democratici, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pena di morte, ai diritti più elementari. Da noi viene ammirata quale società delle opportunità, e sicuramente le offre, ma forse sarebbe più costruttivo impegnarsi sui valori che noi europei rappresentiamo senza dimenticare che le democrazie, anche quelle geograficamente più distanti, traggono la loro originalità dalle viscere del nostro pensiero.”Ogni Persona possiede un’inviolabilità fondata sulla giustizia su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri” (Jhon Rawls – A Theory of Justice).(Laici.it)

(articolo tratto dal sito web di informazione e cultura www.diario21.net

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