Voto all’estero II° Edizione: parlarci chiaro per continuare a sperare

Rodolfo Ricci
(Segretario Nazionale FIEI)

Il voto del prossimo 13 e 14 aprile giunge a due soli anni di distanza dall’inizio di una legislatura che ha visto per la prima volta la partecipazione attiva e passiva degli italiani all’estero.
Al di là degli importanti e positivi risultati conseguiti dal governo Prodi sul piano del risanamento del disastrato bilancio lasciato in eredità dal precedente governo Berlusconi, si è trattato di una legislatura probabilmente troppo breve, per quanto ci riguarda, per dispiegare una effettiva novità ed integrazione del mondo dell’emigrazione italiana nel complesso delle politiche nazionali, sia sul piano delle sue storiche rivendicazioni, sia su quello delle innovazioni necessarie a far sì che i quasi 4 milioni di connazionali divenissero parte attiva del rinnovamento del nostro paese.

Tempo breve si diceva, ma anche scarsa consapevolezza, a livello di governo, della novità introdotta attraverso la rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero. Ciò è stato lamentato in più occasione e con diversi accenti dagli stessi eletti, portatori in diversa misura, di culture e di pratiche politiche riconducibili solo parzialmente a quelle nazionali.
Ne è scaturita una oggettiva difficoltà all’essere ascoltati e molta inquietudine e frustrazione che sono trapelate con permanenza in questi due anni. Si aggiunga che la capacità di fare squadra da parte degli eletti è stata scarsa, a conferma di una storica ed eccessiva competizione interna al mondo dell’emigrazione organizzata anche nell’ambito degli stessi schieramenti. Per quanto riguarda il centrosinistra, lo sconforto è stato accentuato dal fatto che il governo Prodi era potuto nascere proprio grazie al risultato ottenuto all’estero.
Inoltre l’ingranaggio della politica nazionale e una scarsa attenzione alle “origini”, ha fatto mancare quasi del tutto la capacità di interlocuzione della compagine parlamentare col mondo delle organizzazioni sociali ed associative che avevano costituito la base storica della costruzione di questa rappresentanza e dello stesso conseguimento del voto all’estero. Una solitudine che si è accentuata col passar dei mesi, parallelamente ad una improbabile autoreferenzialità ed autosufficienza del momento istituzionale di governo rappresentata dal viceministero per gli italiani nel mondo.

Tutto ciò si può in parte spiegare con la progressiva perdita di orientamento e di progettualità originale ed innovativa che si era dispiegata al meglio durante i primi anni del primo governo Prodi, quando sottosegretario al Mae con delega agli italiani all’estero era stato Piero Fassino.

Delle novità di quegli anni sono purtroppo rimasti molti slogan vuoti e poco consistenti. E non sono nemmeno lontanamente paragonabili i risultati conseguiti in quella stagione (in assenza della rappresentanza parlamentare), ma con una grande capacità di ascolto del mondo associativo e di base che portò alla prima conferenza degli italiani nel mondo del 2000, alle modifiche costituzionali e alla stessa legge per il voto all’estero, con quelli degli ultimi anni e di oggi.

La questione dell’integrale coinvolgimento degli italiani emigrati in tutti gli ambiti della politica nazionale, in questi anni, piuttosto che avvicinarsi, si è allontanata; e nel recente ieri e nell’oggi, siamo tornati a discutere solo di corsi lingua e di irrisori stanziamenti (da conservare e mantenere nella generalizzata tentazione al taglio indiscriminato) per misure parziali, provvisorie, senza niente di strutturale né sul piano dei diritti, né su quello delle pur grandi opportunità, ben al di sotto di ciò che il lavoro del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’estero) aveva delineato e prodotto.

Spiace dover disegnare un quadro così mediocre, ma deve pur esser fatto se non si vuole che lo stesso futuro del voto all’estero e del legame con le nostre collettività non venga definitivamente rescisso, se non ora, nei prossimi anni.
Al di là dei singoli personaggi e degli attori coinvolti in prima o seconda linea, c’è una responsabilità collettiva del mondo dell’emigrazione che si è lasciato trascinare, a prescindere dagli schieramenti, su terreni che poco hanno a che fare con la propria genesi e storia.

Ciò può essere invertito se viene acquisita questa consapevolezza e se, più dell’interesse e dell’aspirazione dei singoli, si guarda all’interesse del paese e insieme, delle comunità emigrate: sul piano del metodo, un significativo e sostanziale momento sarà rappresentato dal modo in cui ora si procederà alla determinazione delle liste, dei candidati e dei programmi.

E’ vero, c’è pochissimo tempo prima della scadenza del 13 e 14 aprile, ma si spera che gli anni di discussione e di confronto che abbiamo alle spalle, non siano trascorsi invano.
Intanto c’è il problema di come presentarsi nella circoscrizione estero: nel centrosinistra, sembra di capire che il PD, intenda procedere da solo anche nelle quattro ripartizioni.
L’esperienza trascorsa, almeno sul piano dei risultati ottenuti dall’Unione nel 2006, e la stessa configurazione della legge elettorale per l’estero (proporzionale con preferenze), dovrebbero far recedere da un simile approccio. Ed anche la conquistata indipendenza organizzativa del PD all’estero, dovrebbero far propendere per una conferma di liste di centrosinistra unitarie in cui siano presenti candidati dei diversi orientamenti politici, scelti, possibilmente, con una ampia e partecipata consultazione di base.

Su ciò, prima che il principe decida unilateralmente, sarebbero gradite espressioni chiare e nette anche da parte dei parlamentari eletti e degli altri candidati in pectore. Se ciò non avverrà, vuol solo dire che ognuno si sta ritagliando lo spazio per la propria ricandidatura da parte dei/del propri/o partito, magari senza considerare adeguatamente, quali siano, in questo eventuale scenario, le concrete opportunità di essere rieletta/o.

Se ciò non accadrà, inoltre, significherà che la originalità di una cultura politica dell’emigrazione, è andata definitivamente perduta nell’incontro e adeguamento subalterno a quella nazionale, che oggi si trincera dietro il necessitato utilizzo del “porcellum”; ma bisogna di nuovo ricordare che ciò che è vero per il “porcellum nazionale” non è per niente vero per la circoscrizione estero.
Quindi non ci sono alibi tecnici di sorta, ma solo volontà politiche coscienti e precise.
Siccome il buon senso è merce sempre più rara, vale la pena richiamarvi l’attenzione.

Inoltre c’è un problema di mobilitazione: il primo voto all’estero costituiva una novità assoluta. La partecipazione al voto non fu enorme, ma consistente. Alla luce dei risultati ottenuti, non è da escludere una diminuzione dell’interesse. Se a ciò si dovesse aggiungere una proliferazione di liste sul versante di centro sinistra (cosa che il centro-destra attentamente eviterà), la capacità di mobilitazione dell’elettorato che si regge, oggi e in futuro, essenzialmente sulla capacità di mediazione sociale della presenza associativa all’estero, ne verrà decisamente indebolita.

Infine, una scelta di questo tipo, nella sua arrogante tentazione di ricondurre ai paradigmi politici nazionali una presenza di culture politiche variegate ed autonome che si sono stratificate nel confronto e nella partecipazione politica nei paesi di residenza, darebbe il definitivo colpo al futuro della rappresentanza dall’estero, delegittimando la sua originalità, le sue potenzialità, il suo stesso perpetuarsi. Sarebbe, in certo senso, l’inizio della sua fine: per quale ragione infatti, dovrebbe continuare ed esistere una circoscrizione estero?
Sarebbe a quel punto più opportuno far votare gli italiani all’estero per le circoscrizioni nazionali.
Ciò, che probabilmente, in molti pensano sia a destra che a sinistra e che emergerà con tutta la necessaria evidenza, nella prossima “legislatura costituente”.

Nel silenzio disorientante e nello spaesamento di questi giorni, è obbligatorio lanciare il sasso. Ben vengano reazioni e chiarimenti.

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