PD. Cuperlo-Caldarola. sul blog dibattito su laicita’ e d’Alema

Scambio di post tra due deputati del Pd sul blog ideato da Peppino Caldarola

(www.vaicolmambo.ilcannocchiale.it). Stamattina l’on. Caldarola aveva scritto un lungo post a Gianni Cuperlo: “Considero Gianni Cuperlo una delle persone più colte e intelligenti della sinistra. Lui non lo sa (ovvero lo sa e si odia per questo), ma sarebbe un veltroniano ideale. Ama e conosce i media, scopre prodigi letterari ovunque, in più è anche un po’ mitteleuropeo (è l'unica differenza con Veltroni). Non ho mai ben capito perchè lui per così gran tempo (e io per un quinquennio) siamo stati legati ad un'area politica che si occupa di banche e hetzbollah! Oggi Cuperlo promuove l'area laica. Cuperlo era tiepido e diffidente verso il Pd. Io ero caldo e ostile verso il Pd. Ora ci siamo dentro tutti e due. Io per stima verso Walter e perchè fuori c'è solo la desolazione dei piccoli gruppi autoreferenziali (ieri un ex ministro socialista mi ha detto che vuole aiutare Walter, deluso dalla Costituente del niente). Cuperlo perchè, è una mia critica, non riesce mai a rompere del tutto. Io sto per i fatti miei anche se mi descrivono come collaboratore di Walter (e ieri di D'Alema). Non era vero ieri, non è vero oggi. Cuperlo dà vita alla corrente laica. Gli chiedo: che senso ha? Facciamo un partito di laici e cattolici, riconosciamo lo spazio pubblico della fede, non abbiamo di fronte credenti assatanati e vendicativi, che senso ha questa differenziazione ? Ha persino meno senso di quell'altra denominata dalla vecchia sigla dei popolari che appare un ritrovarsi di vecchi compagni di partito. Mi spaventa questo mettersi le magliette che più che definire se stessi vuole definisce gli altri. Chi non sta con Cuperlo è forse meno laico? Infine una domanda cattiva: ci sarebbe una corrente laica se invece di Walter a guidare il Pd ci fosse un altro, che magari è andato a celebrare a piazza san Pietro Escrivà de Balaguer?”. Nel pomeriggio la risposta dell’on. Gianni Cuperlo. “Caro Peppino, potrei cavarmela mutuando quella battuta folgorante, “non aderirei mai a una corrente che mi scegliesse come capo”. E in effetti è vero. Ma c’è una seconda questione più seria. Anzi, forse sono due. La prima riguarda questa benedetta laicità e il Pd. Non temo la mescolanza e neanche la fatica del dialogo. Più semplicemente temo l’arretramento culturale e politico. E temo l’assuefazione, alle parole, ai toni, alle convenienze. Se un esponente del mio partito dice che i gay vanno curati penso che si tratti di una boutade. So che a pensarla così saranno sì e no in cinque. Ma è un segnale. Vuol dire che si sta abbassando la soglia anche nel pudore del dire. Il che, come sai, non è poco. Se dopo un anno e mezzo di legislatura non abbiamo portato a casa un solo risultato legislativo sul fronte dei diritti civili posso consolarmi dicendo che i numeri son quello che sono, i tempi non abbastanza maturi e bla bla. Ma poi devo anche chiedermi perché le mediazioni dentro il mio nuovo partito risultino spesso difficili e più tese a ridurre l’impatto delle riforme da fare che a esaltarne l’impatto. Se dietro lo schermo dell’eticamente sensibile (che formula orribile!) si finisce col riporre pezzi interi della nuova cittadinanza conviene diradare il fumo (delle polemiche) e guardare in faccia ai problemi. Cominciando a capire se abbiamo un’idea davvero tanto distante di libertà individuale, responsabilità, autonomia. Perché un partito, forse sbaglio, è anche una visione del progresso, della democrazia (e ci mancherebbe visto il nome che abbiamo scelto!), della convivenza. Se manca questa dimensione e tutto si riduce al tentativo di coprire la società che si vuole rappresentare adagiandovisi sopra come una coperta, temo che il risultato non premierà lo sforzo. Scambieremmo il concetto sacrosanto di una forza post-ideologica con quello assai scombiccherato di un partito post-identitario. Dove io, per quel poco che conta, non mi sentirei a mio agio. L’altra questione è sulle correnti. Da fare, da non fare, da evitare come la peste. Mah, non è che abbia le idee molto chiare. Lo statuto dovrà chiarire anche questo aspetto. Quando lo pubblicano leggilo tu e fammi sapere perché io non sono mai riuscito a leggere uno statuto. Di norma all’articolo 2 dormo. Però il nodo di come si discute e ci si organizza, quello esiste. Abbiamo stabilito di fare un partito fortemente votato alla leadership (tre milioni e mezzo di voti alle primarie…). Bene. Non lo discuto. La scelta, però, non risolve tutte le questioni. Per dire, io e te veniamo entrambi da un partito “vecchio, antiquato, burocratico e zeppo di riti e miti del passato”. Dove però si discuteva. Forse anche troppo. E c’erano luoghi e sedi (i più diversi) dove coltivare il pluralismo. Ecco, noi dobbiamo immaginare qualcosa di simile (anzi di migliore) per il partito nuovo. Mica la corrente dei laici, intendiamoci. Anche perché hai ragione a dire che sarebbe un’assurdità. E chi non è della corrente è meno laico? No. Penso, però, alla possibilità di organizzare spazi di confronto vero (qualche esempio l’ho fatto sopra). Per sostenere punti di vista, priorità, chiavi culturali. E’ un peccato pensare che, invece, ogni mossa (convegno, seminario, appello) debba rispondere ad altre e meno nobili finalità. Capisco che la tentazione sia forte, ma è un peccato lo stesso. Perché è per primo il leader (forte) che ha bisogno di questa vitalità. E’ ossigeno contro l’omologazione. Organizzare le idee è un pezzo della democrazia. L’alternativa è nei plebisciti che sono un impasto infelice di silenzi e monosillabi affermativi. Infine su D’Alema (di cui, giuro, non parlo mai, ma ti rispondo). Penso, da anni, che sia (in Italia, s’intende) il capo della sinistra. Non per i galloni. Come si dice, per “titoli ed esami”. Lo pensavo quando lo votai segretario del Pds. Quando stava a Palazzo Chigi. Quando perse le elezioni e se ne andò. E lo penso ancora. Tutto qui. Un saluto caro”.
In fine la replica dell’on. Caldarola: “Caro Gianni,se siamo in dissenso non me ne sono accorto neppure questa volta dalla tua risposta. è una consolazione. la mia riflessione personale da anni guarda con grande attenzione ai temi della religiosità e a quello che la formula definisce lo spazio pubblico della fede. non penso ad alcun passo indietro rispetto alle regole di una società di credenti e non credenti e di diversamente credenti. è per questo che mi sento laico ma non vorrei militare in un'area laica. questa approccio mi rimanda al tema delle correnti nel pd, partito a cui mi sono legato dopo aver girovagato per qualche mese alla ricerca del socialismo e non avendolo trovato, avendo viceversa trovato gruppi autoreferenziali come quelli che avevano lasciato, ho preferito tornare a lavorare con voi. il pd, credo che tu te ne sia reso conto, è di per se una rottura vera con il passato. è un'idea della politica nella società di massa che supera d'un salto ogni forma politica preesistente. è un partito leaderistico, privo di appartenenza, fluido – si dice così? -. I capi hanno il dovere di avere successo sennò vanno a casa, i sostenitori sono liberi di scegliere l'orientamento a cui credono. è un partito “americano” nel senso della democrazia americana. L'ultimo scorcio di seconda repubblica ha seppellito l'anomalia italiana, e noi abbiamo concorso a questo processo. Chi entusiasticamente, chi no. Le correnti si possono fare e non fare, è irrilevante. a me sta a cuore – da single, come sai – che questa macchina politica sia democratica, riformi la società, dia alla sinistra una possibilità. la lotta per la leadership mi lascia indifferente. sostengo Walter perchè gli voglio bene e sento che il nuovo partito è più suo che di altri. Su D'Alema potrei dire e non dico. Tienitelo, con annessi e connessi, a te vorrò bene lo stesso, Peppino”.

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