I caduti di Cefalonia: a Verona qualcuno non sa contare

Lettera di Massimo Filippini al Direttore de L’ARENA

Signor Direttore,

da una serie di articoli su Cefalonia pubblicati oggi 12 gennaio da l’ARENA stralcio la seguente frase
“Per primo viene fucilato il comandante Gandin, poi ufficiali e soldati. La strage continua per giorni: 6.500 morti complessivamente, stima lo storico Giorgio Rochat, 3.000 per Hermann Frank Meyer, ma Alfio Caruso, sommando anche i soldati fatti prigionieri e poi morti nell’affondamento delle navi, arriva a 9.400 vittime”.

In merito a tale macabro balletto di cifre torno a ripeterle per l’ennesima volta che esse sono del tutto INESATTE al punto che continuare a ripeterle –quasi a dispetto- come fa il suo giornale sembra configurare un consapevole FALSO che si vuole prepotentemente mantenere in vita riportando in modo travisato perfino i risultati delle ricerche di due degli studiosi che l’articolo menziona: Rochat e Meyer.
Di Caruso non parlo poiché perdere tempo a commentare le affermazioni di chi ha scritto un libro privo di note- è impresa che ritengo più che ardua, addirittura inutile.

Venendo ai primi due, il prof. Rochat in tempi recenti ha rivisto al 'ribasso' le cifre catastrofiche da lui fatte in precedenza riconoscendo –in un’intervista del 5 luglio 2006- di aver 'errato' nel farle e quantificando le stesse in 3.800 – 4.000 morti cifra che, anche se da me non condivisa, è tuttavia meno della metà di quella 'canonica' dei 9 o 10.000 Caduti a proposito della quale in detta intervista al giornalista R. Beretta del quotidiano cattolico ” L'AVVENIRE ” dichiarò testualmente che “.. i 9 o 10 o 11 mila morti di cui si parla sono invenzioni tirate fuori da gente che non ha capacità storica e somma tutte le cifre possibili”, e ciò detto da uno storico del suo calibro non mi sembra che possa essere liquidato come se nulla fosse ovvero riportando in modo scorretto le cifre precedenti da lui fatte, come si legge nel suo giornale.

Per quanto concerne poi H. F. Meyer autore del libro uscito a dicembre scorso ‘Bluetiges Edelweiss’, in cui denuncia le infamie compiute dalla Divisione Edelweiss ANCHE a Cefalonia e di conseguenza non è certamente un ‘revisionista’ nel senso spregevole attribuito alla parola, in un’intervista alla ‘Suddeutsche Zeitung’ del novembre scorso ha così risposto ad una domanda sullo specifico dato numerico dei Caduti:

Domanda in tedesco tradotta in italiano:

SZ: Kephallonia gilt heute als eines der größten Kriegsverbrechen der Wehrmacht. Wie viele Italiener wurden damals wirklich getötet?
SZ: Cefalonia viene considerata oggi uno dei più efferati crimini di guerra della Wehrmacht. Quanti italiani furono allora effettivamente uccisi?

Risposta in tedesco tradotta in italiano:

Hermann Frank Meyer: Es kursieren Zahlen von 4000 bis zu 10 000 Toten. Da wird viel übertrieben. Ich habe mich in meinem Buch ausführlich mit diesen Zahlen auseinandergesetzt. Nach meiner Zählung sind damals insgesamt etwa 4000 Italiener ums Leben gekommen. 2500 kamen auf der Insel zu Tode, durch die Hinrichtungen, aber auch durch Kampfhandlungen oder die massiven Bombardements der Luftwaffe. Weitere 1500 Gefangene starben beim Abtransport, weil die Schiffe auf Minen liefen und sanken.
Hermann Frank Meyer: Si è parlato di un numero di morti compreso fra 4000 e 10.000. Si esagera molto. Nel mio libro mi sono occupato approfonditamente di questi dati. Secondo i miei calcoli, allora perirono circa 4000 italiani. 2500 persero la vita sull’isola, per le esecuzioni, ma anche a causa dei combattimenti e dei massicci bombardamenti della Luftwaffe. Altri 1500 prigionieri morirono durante la deportazione perché le navi finirono sopra le mine e affondarono”.

Da quanto sopra si desume facilmente che l’esattezza delle cifre riportate nell’articolo fa acqua da tutte le parti, rappresentando ormai esse solo l’ennesima e stucchevole ripetizione di vecchie e obsolete ricostruzioni cui incredibilmente si vuol continuare a dare una valenza –sconfinante ormai nel ridicolo- di verità o dogmi immutabili che altri –più severi di me- bollerebbero senz’altro come roba da terzo mondo o quasi.

Ovviamente -stante l’ostracismo a me riservato dal suo giornale- accenno solo di sfuggita al mio libro ‘I Caduti di Cefalonia: fine di un Mito’ in cui ho potuto determinare il numero dei Caduti morti (in combattimento o per fucilazione) ad opera dei tedeschi a Cefalonia, tra i quali -qualora ella non lo sapesse- ci fu anche MIO PADRE, in circa 1700 (millesettecento) riportandoli con tanto di nomi e cognomi; e ciò sulla base degli Elenchi da me rinvenuti nei TABULATI compilati anni orsono dall’Esercito i cui rappresentanti vengono ogni anno (il 21 settembre) a Verona per commemorare 9-10000 Morti mentre i Documenti contenuti -nei loro Archivi (!)- dicono che furono 5 volte di meno.
A scanso di travisamenti in cui sono specializzati personaggi enti ed associazioni -come quella della div. Acqui- ai quali evidentemente DISPIACE MOLTO che i poveretti morti a Cefalonia non siano stati 10.000, ma moltissimi di meno, preciso che la cifra di circa 1700 da me fatta si riferisce solo ai caduti sull’isola fermo restando che nel trasporto in continente ne morirono circa 1300 per naufragio ed un migliaio ancora in prigionia (in tutta Europa) per un totale complessivo di circa 4000 vittime ben lontano dalle bugìe tramandate dal 1945 che, soprattutto l’Ass. ne ‘Acqui’ -che guarda allo scrivente come al nemico pubblico numero uno- pretende restino immutabili anche se ormai è dimostrato che esse sono chiaramente FALSE.
Aggiungo che il mio amico Olinto Giovanni Perosa, reduce di Cefalonia ed autore del libro (Div. Acqui figlia di nessuno) citato da l’ARENA come fosse l’ultima ‘novità’ in materia, in un’intervista a F. Anfossi pubblicata su “Famiglia Cristiana” n. 14 del 30 marzo 2005, dichiarò che ‘morirono 2500 militari su 11.000”.
Prima di citarlo, almeno, l’articolista poteva informarsi meglio !
Per finire la invito, egregio direttore, a leggere l’ articolo riportato in calce dell’AVVENIRE del 10 c. m. intitolato “Cefalonia: Anche la Germania “abbassa” i suoi ‘numeri” (1) in cui è dato largo spazio alle più recenti risultanze che sconfessano totalmente le incredibili menzogne raccontate su Cefalonia purtroppo -e lo dico con grande rammarico- anche dal suo giornale.
Distinti saluti
Avv. Massimo Filippini
Orfano di un Caduto ‘veramente’ fucilato a Cefalonia

(1)Ecco il testo:

Dal quotidiano AVVENIRE del 10 gennaio 2008

Cefalonia : anche la Germania «abbassa» i numeri

Uno storico tedesco «non revisionista» conferma: sull’isola i nazisti uccisero 2500 italiani, non diecimila

dI ROBERTO BERETTA

E tre. È vero che la fonte è tedesca, e dunque «interessata» ad abbassare il conto delle vittime di Cefalonia ; ma ormai la concordanza dei numeri, tra fonti tanto diverse e indipendenti, comincia ad ave- re un peso significativo.
Il primo è stato Massimo Filippini, avvocato e orfano di un ufficiale fucilato nel 1943 sull’isola greca, che nel suo libro I caduti di Cefalonia : fine di un mito ha ricostruito sulla base dei tabulati dell’Esercito il vero numero dei morti della Divisione Acqui: non 9-11 mila, come finora vorrebbe il balletto delle cifre correnti (e anche vari storici), bensì 1734 tra caduti in combattimento e trucidati dopo la resa, oltre ai morti in mare durante il trasferimento in Germania. Anche lo storico Giorgio Rochat ha sottoscritto un bilancio di circa 3800 morti, di cui 1300 annegati durante il trasporto via mare. Adesso dalla Germania arriva il parere di Hermann Frank Meyer, autore del recentissimo e corposo Bluetiges Edelweiss («Stella alpina insanguinata. La prima Divisione da Montagna nel II conflitto mondiale », editore Links di Berlino), in cui rievoca le tragiche gesta – migliaia di civili balcanici uccisi e prigionieri italiani massacrati non solo a Cefalonia ma anche a Corfù e nell’Albania meridionale – compiute dalla divisione alpina Edelweiss.
Ebbene lo studioso, intervistato dalla Suddeutsche Zeitung,
riduce le perdite italiane per mano tedesca a circa 2500. Meyer – che ha 67 anni, è un ex imprenditore e nel nuovo volume condensa 15 anni di ricerche sulle tracce dei crimini della Wehrmacht – sostiene che sulle vittime di Cefalonia le cifre «sono molto esagerate. Nel mio libro ho confrontato questi numeri in modo accurato. Secondo il mio calcolo sono morti in totale circa 4.000 italiani: 2.500 sull’isola, nelle esecuzioni ma anche in azioni di combattimento o nei massicci bombardamenti della Luftwaffe; altri 1.500 prigionieri morti durante il trasporto via mare, perché le navi sono finite sulle mine».
Una sostanziale conferma dunque sia delle cifre elaborate da Filippini, sia di quelle ipotizzate da Rochat. Meyer, che non può essere accusato di «negazionismo» (è autore di vari libri sui crimini di guerra nazisti nei Balcani e non è nemmeno d’accordo con la recente archiviazione a Monaco di un processo contro un reduce tedesco di Cefalonia ), ammette di non essere in grado di dire «quanti dei 2.500 italiani sull’isola siano stati veramente fucilati»; gli unici documenti sono relativi alle esecuzioni alla famigerata Casetta Rossa, dove «entrarono in azione almeno 4 plotoni » e vennero messi al muro «137 ufficiali, tra cui il primo – alle 8 del 24 settembre – fu il generale Antonio Gandin. Le fucilazioni andarono avanti fino a mezzogiorno. Ne uscirono vivi 36 ufficiali originari dell’Alto Adige, o che poterono dimostrare di essere fascisti, o salvati da un sacerdote», il cappellano don Romualdo Formato.
Non si tratta dell’unica novità avanzata dallo storico tedesco, il cui padre – ufficiale in Grecia – nel 1943 fu dichiarato disperso dopo la cattura ad opera dei partigiani. Meyer sostiene infatti di aver «trovato prove che il governo italiano non fu in alcun modo interessato a portare avanti» un processo nei confronti di una trentina di nazisti all’inizio degli anni ’50: «Si voleva che i tedeschi entrassero nella Nato, nel qual caso un processo sarebbe stato d’intralcio. Il giudice militare di Roma chiese aiuto al Ministero degli Esteri per gli accertamenti», ma le procedure furono insabbiate.
La circostanza in effetti s’accorda con gli esiti dell’inchiesta svolta dall’Esercito Italiano a Cefalonia , sfociata fin dal novembre 1948 in un «rapporto riservato» dove si consigliava di «non perseguire i responsabili di erronee iniziative», ma di lasciare che il «mito di Cefalonia » seguisse i binari su cui era avviato. E dai quali oggi forse bisognerebbe smuoverlo.

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