Intervista a FRANCO ROTONDI

…“Un dilettante della Storia, se però con conoscenze scientifiche,
penso che possa intervenire perché il cosiddetto “negazionismo scientifico” attacca la Shoah servendosi di chimica, tossicologia, fisica e di altre discipline scientifiche.
Una replica su una questione strettamente tecnica presuppone conoscenze che uno storico
non necessariamente possiede.
Ovviamente è giusto che dica la sua su alcuni specifici argomenti
e lasci che le questioni strettamente storiografiche siano trattate
dagli storici professionisti”…. (Franco Rotondi)

CANZANO – Per la prima domanda, ti cito la storia del dottor Ignác Semmelweis: 1. La mortale epidemia che colpiva le puerpere. La febbre puerperale, o più precisamente la sepsi puerperale, è stata, per moltissimo tempo… “…L’evento che si rilevò determinante per la risoluzione del problema fu la morte del prof. Jakob Kolletschka, amico di Semmelweis, avvenuta dopo che uno studente aveva ferito accidentalmente il patologo con un bisturi durante una autopsia. Nelle risultanze autoptiche del cadavere dell’amico, Semmelweis riscontrò le stesse lesioni degli organi interni che verificava nei cadaveri delle donne morte di febbre puerperale. Da qui nacque la sua brillante intuizione che la causa della malattia di Kolletschka, dovuta a contaminazione con particelle cadaveriche, fosse la stessa che provocava la morte delle puerpere. Erano dunque i medici e gli studenti …” Un esempio di rigorosa applicazione del metodo scientifico di Luigi D’Amico damicoluigi@fastwebnet.it, docente di Scienze naturali presso il Liceo Scientifico Statale «Tito Lucrezio Caro» di Napoli). Ora la domanda – Nel tuo libro a pagina 25, scrivi di Aktion 1005. Ti chiedo, leggendo l'articolo che vedi in alto, come era possibile spostare i cadaveri senza che i militari o chi per loro contraessero infezioni, e, allora non esistevano ancora i guanti di lattice o di plastica per proteggersi?

ROTONDI – Non ho detto che i militari non contraessero infezioni. Ma se riflettiamo sulle condizioni in cui furono mandati i nostri soldati in Russia, non mi pare che si badasse molto alla salute dei soldati in guerra. L’articolo che riporti, relativo al problema della febbre puerperale nella prima metà dell’ Ottocento, non è però molto pertinente. Non erano tanto i medici a morire perché facevano le autopsie e toccavano i cadaveri a mani nude, come forse ma non certamente facevano i soldati tedeschi, quanto le puerpere e le partorienti, visitate ripetutamente da più medici e studenti che inserivano nei loro corpi le mani contaminate dai cadaveri perché non disinfettate o addirittura non lavate. Con la sola disinfezione delle mani (prive di guanti !) e degli oggetti venuti a contatto con le pazienti Semmelweis ottenne una mortaltà per febbre puerperale mai superiore allo 0,5%. Morì, come il suo collega Kolletschka, non per aver seguito un’autopsia a mani nude, ma per essersi ferito con il bisturi, sezionando un cadavere: si sarebbe infettato anche indossando i guanti e sarebbe morto comunque. E che, li usassero o meno, non è neanche vero che durante la II guerra mondiale non esistessero guanti chirurgici perché il loro uso fu introdotto nella pratica clinica nel 1889 dal chirurgo americano Halsted ma già nel 1897 Bloodgood aveva dotato tutta la sua équipe di guanti chirurgici. In ogni caso la riesumazione di cadaveri nel corso dell’Aktion 1005 non fu un caso isolato della II guerra mondiale. Pensiamo solo a quando i tedeschi scoprirono nella foresta di Katyn i corpi di migliaia di polacchi uccisi dai sovietici; nelle foto si vedono peraltro soldati tedeschi che durante la riesumazione dei corpi usano guanti, pur non indossando mascherine.

CANZANO – 1) L'Annuario Mondiale (“World Almanac”) censisce 15.688.259 ebrei, in tutto il mondo nel 1938.
2) New York Times” del 22 febbraio 1948 ebrei esistenti in tutto il mondo 15.600.000 e i 18.700.000. Come mi spieghi questi dati?

ROTONDI – Se hai letto il mio libro avrai notato che non mi sono occupato di statistica demografica neanche di sfuggita. Non ne ho competenza specifica e penso che anche se fossero stati sterminati meno di 6 milioni di ebrei, la mostruosità del crimine non cambierebbe. Persino Irving è arrivato ad ammettere che durante la Shoah potrebbero essere stati sterminati fino 4 milioni di ebrei, una cifra sicuramente sottostimata ma comunque enorme. Hilberg ha studiato per anni il problema statistico e ne ha sottolineato le enormi difficoltà dei metodi di calcolo statistico, arrivando ad una cifra, comunque approssimativa, di circa 5.100.000 morti. Ciò dimostra che la “storiografia sterminazionista”, come i negazionisti definiscono la storiografia ufficiale, non accetta aprioristicamente la cifra “simbolica” di 6 milioni. Il più noto lavoro statistico di stampo negazionista, quello di Sanning non considera invece i rapporti degli Einsatzkommandos, dell’esercito, dalle SS e neanche il noto rapporto dell’esperto di statistica delle SS, Richard Korherr… Fatta questa premessa, cerco comunque di risponderti. La cifra di 15.688.259 riportata dal World Almanac è stranamente identica nel 1938, nel 1947 e nel 1948: esattamente 15.688.259 in 3 anni differenti, né uno in meno né uno in più: è chiaro che le cifre del 47 e del 48 si riferiscono alla stima fatta nel 38. Nel 1949 invece, sempre il World Almanac, parla di 11.266.600 ebrei. Evidentemente solo i numeri relativi al 49 sono quelli del dopoguerra. Probabilmente Baldwin, l’ autore dell’articolo del NY Times, pubblicato nel 48, si è rifatto alla cifre del World Almanac del 1938. Henry Baldwin non era uno statistico ma un esperto di questioni militari e discuteva non di statistica ma della guerra in Palestina. Quello che i negazionisti dimenticano di aggiungere è che qualche giorno più tardi, lo stesso giornale pubblicherà una rettifica all’articolo di Baldwin, precisando che la stima di ebrei nel mondo tra 15 e 18 milioni non era corretta e che dopo la guerra non era stato condotto alcun censimento di ebrei.

CANZANO – Simone Jacob, ebrea francese, nata il 13 Luglio 1927 a Nizza (Francia), è stata deportata da Drancy il 13 Aprile 1944. Il convoglio che la trasportava è arrivato ad Auschwitz il 16-04-1944.
La “storia ufficiale”(scritta dai polacchi del Museo di Stato di Auschwitz insieme agli ebrei del “centro di documentazione ebraica di Parigi) ci dice che, all'arrivo ad Auschwitz, 1365 persone
del convoglio, comprese tutte le donne, quindi anche Simon Jacob, sono state gassate. In realtà Simone Jacob e altre donne del convoglio si sono salvate. Simone Jacob è diventata, per matrimonio, SIMONE VEIL, ed è stata Presidente del Parlamento Europeo negli anni '80.
Come la Veil, si possono citare molti altri casi di RINASCITE miracolose di GASSATI ad Auschwitz. Come hanno fatto a salvarsi?

ROTONDI – Come si è salvata dovresti chiederlo a lei e non a me, ammesso che abbia voglia di parlarne. Simon Jacob fortunatamente non è stata l’unica sopravvissuta ad Auschwitz; se fossero morti tutti non esisterebbero testimoni. Ma questa ricerca spasmodica del sopravvissuto dato per morto, come se essere scampato alle camere a gas possa rappresentare una colpa, a fronte di milioni di persone scomparse per sempre nel nulla, la trovo tristemente patetica. E come se un giorno qualcuno dicesse che ad Hiroshima non c’è stata la bomba atomica perché sono rimasti vivi troppi giapponesi di cui qualcuno ha osato diventare persino famoso… Visto che ho parlato di “colpa” sarebbe molto più utile riflettere sulla “vergogna” dei pochi salvati rispetto alla marea di sommersi su cui ha scritto pagine di grande profondità Primo Levi, “senso di colpa” riferito da più di un sopravvissuto ai campi di sterminio.

CANZANO – Il 'Campo di sterminio' di Auschwitz, in effetti era stato costruito per gli alloggi degli operai, impiegati e dirigenti delle industrie installate in Auschwitz che assorbivano 100.000 operai esterni e 24.000 internati (tra cui Primo Levi) dove si produceva gomma sintetica ed altri prodotti di sintesi. Anche l'industria IG Farben era interessata ad esso come dormitorio per la sua maestranza, in quanto nelle vicinanze c'erano delle miniere di carbone.
La scritta all'ingresso del campo: 'Arbeit Macht Frei', non aveva niente di 'macabro', in quanto il campo era destinato alle persone che lavoravano e, come è ovvio, il lavoro li rendeva liberi dai problemi quaotidiani….

ROTONDI – Chiariamo innanzitutto che il campo di Auschwitz non era un unico lager ma era invece un complesso concentrazionario costituito da 3 campi maggiori e da moltissimi sottocampi.
Non fu ideato sin dall’ inizio come campo di sterminio ma lo divenne in una fase successiva e non fu mai solo campo di sterminio, ma anche campo di concentramento, di lavoro e di prigionia.
Dei 3 campi maggiori, Auschwitz I, Auschwitz II (Birkenau) e Auschwitz III(Monowitz), era quest’ultimo ad essere collegato all’ IG Farben. Buna-Monowitz, pur facendo parte del complesso di Auschwitz, non è mai stato campo di sterminio ma solamente campo di lavoro, in cui la gente moriva, non nelle camere a gas, ma perché stremata dalla fame, dalla malattie, dal lavoro disumano e dall’orrore. La catena di montaggio dello sterminio sistematico e quindi le camere a gas, si trovavano a Birkenau, a diversi km di distanza da Monowitz. Primo Levi infatti non ha mai parlato di camere a gas a Monowitz perché lì non ne esistevano. Auschwitz non poteva essere stato costruito per gli alloggi di operai, impiegati e dirigenti della IG Farben, come tu dici, per il semplice fatto che Monowitz fu istituita del 42 mentre Auschwitz I funzionava già nel 40 e Birkenau nel 41; Auschwitz nacque invece come campo destinato ai prigionieri politici polacchi e su questo non penso ci sia discussione. Il lavoro forzato imposto ai relitti umani trovati alla liberazione del campo poteva portare solo all’odio, alla disperazione e alla morte; la parola libertà associata alla barbarie di Auschwitz è solo una bestemmia.

CANZANO – Cosa pensi della proposta di legge Mastella e della libertà di espressione: deve essere garantita anche ai “negazionisti”?

ROTONDI – Non credo ad una Verità Storica imposta per legge. Sono contro ogni legislazione che non rispetti la libertà di pensiero e di espressione e questo deve valere per tutti, negazionisti compresi.

CANZANO – Per quando riguarda il tuo libro ‘Luna di Miele ad Auschwiz’ ti definisci un dilettante vero: perché per contrastare i “negazionisti” devono scendere in campo dei dilettanti? E, non toccherebbe invece agli storici professionisti scendere in campo? chi sono e che cosa fanno?

ROTONDI – Non mi definisco, sono effettivamente un dilettante della Storia. Non penso di essere però un dilettante della Scienza e per valutare le argomentazioni del cosiddetto “negazionismo scientifico” penso che occorra una formazione culturale scientifica. Sono medico, ho studiato chimica, farmacologia, biochimica, fisica, microbiologia, infettivologia …e posso orientarmi più agevolmente in un terreno che può essere molto insidioso e talvolta impraticabile per uno storico. Che il libro, al di là delle inevitabili e prevedibili critiche, sia piaciuto a chi lo storico lo fa di mestiere mi ha fatto ovviamente molto piacere.

CANZANO – Quali sono gli specialisti italiani di storiografia olocaustica di livello internazionale e soprattutto che cosa hanno scritto?

ROTONDI – Di esperti italiani di storiografia olocaustica ne esistono molti e non mi sembra corretto citarne qualcuno omettendone altri. Ti cito solo quelli con i quali ho avuto contatti diretti come Claudio Vercelli, che ha presentato il mio saggio a Torino. Vercelli è uno storico dell’Istituto Salvemini, che si è occupato anche di negazionismo, ed è uno studioso molto acuto sia della Shoah che dei genocidi del 900 in genere. Ha studiato per esempio le persecuzioni dei Testimoni di Geova, un capitolo poco trattato della Storia contemporanea. Leggi “Tanti Olocausti” edito da Giuntina nel quale dà un interpretazione molto interessante dell’universo concentrazionario e affronta il tema della “deportazione degli altri” : politici, asociali, omosessuali, testimoni di Geova, zingari, malati di mente, handicappati, polacchi, preti cattolici e protestanti, prigionieri di guerra sovietici e italiani. Sullo stesso tema è anche “Olocausto/Olocausti”, un altro libro molto interessante scritto a più mani, a cura di Francesco Soverina, con prefazione di Luigi Cortesi, studiosi che ho avuto il piacere di conoscere personalmente.
Luigi Parente, autore della prefazione del mio libro, è uno storico di chiara fama. E’ uno dei maggiori esperti della “questione della razza” in Italia ed ha pubblicato sul tema un saggio molto interessante sull’antisemita irpino Giovanni Preziosi.

CANZANO – Nella precedente risposta hai affermato di essere effettivamente un dilettante della Storia, perché per contrastare i “negazionisti” devono scendere in campo dei dilettanti?
Oppure pensi che è talmente evidente che ‘brancolano’ nel nulla che chiunque può metterli in difficoltà?
E, non toccherebbe invece agli storici professionisti scendere in campo? chi sono e che cosa fanno?”.

ROTONDI – Un dilettante della Storia, se però con conoscenze scientifiche, penso che possa intervenire perché il cosiddetto “negazionismo scientifico” attacca la Shoah servendosi di chimica, tossicologia, fisica e di altre discipline scientifiche. Una replica su una questione strettamente tecnica presuppone conoscenze che uno storico non necessariamente possiede. Ovviamente è giusto che dica la sua su alcuni specifici argomenti e lasci che le questioni strettamente storiografiche siano trattate dagli storici professionisti.
Pressac ha potuto rispondere a Leuchter sulla “questione delle camere a gas” soprattutto perché era laureato in Farmacia, Wellers, prima che storico era professore universitario di Fisiologia, Bailer e Green sono chimici, Brugioni, che ha replicato alle critiche negazioniste sulle fotografie di Auschwitz, non è uno storico ma un esperto di fotografia, Till Bastian è medico. .. Quando si è trattato di criticare le strategie retoriche ed argomentative del negazionismo è intervenuta Valentina Pisanty che non è una storica ma una semiologia.
Diversi storici professionisti si sono però occupati di negazionismo anche se tra questi molti hanno scelto di parlare “dei” piuttosto che “con” i negazionisti, secondo l’impostazione di Vidal-Naquet che li definisce “assassini della memoria”, meritevoli di studio ma non di dialogo: una scelta che si può o meno condividere ma che nel caso di Vidal-Naquet era ancor più giustificata dalla sua storia personale di figlio di deportati sterminati ad Auschwitz.
Esistono altri storici che invece hanno scelto una strategia differente, ribattendo direttamente alle varie argomentazioni storiche e scientifiche del negazionismo. Mi riferisco soprattutto a Pressac, che non è stato solo un “tecnico” ma anche e soprattutto uno storico dell’Olocausto, e a Van Pelt, autore della perizia a favore di Deborah Lipstadt, citata per diffamazione da Irving, perizia che raccoglie in 767 pagine la “summa” delle varie argomentazioni anti-negazioniste, e di un altro successivo Report, presentato in Appello, in cui le osservazioni della perizia di Rudolf , allegata al ricorso di Irving, vengono contestate una ad una. Su questo stesso orientamento si muove in rete “The Nizkor Project” il cui motto è “Le idee dannose si combattono con altre idee” e sempre su Internet “The Holocaust History Project” un archivio liberamente consultabile di documenti e studi sull’Olocausto, comprese le refutazioni ai negazionisti.
Anche sulla storia del dilettantismo andrebbe però aggiunto e sottolineato che proprio tra i negazionisti i veri storici latitano: il “papa del revisionismo” Faurisson non è uno storico ma un professore di Letteratura e il suo “consulente scientifico” Leuchter non è uno storico ma un tale che si presenta e si firma come “ingegnere capo” senza essersi mai laureato.

CANZANO – Per citare solo alla fine gli studi e le pubblicazioni di Mattogno, non credi che egli nei suoi libri non parla solo di questioni che riguardano la chimica, ma anche di questioni che riguardano gli storici, tu che ne pensi?

ROTONDI – Mattogno sul versante “tecnico” si interessa, più che di chimica, delle caratteristiche termotecniche dei forni crematori. Personalmente, penso che ritenga di poter dimostrare l’inesistenza delle gassazioni di massa soprattutto con lo studio delle cremazioni mentre ho l’impressione che creda meno alla possibilità che la chimica possa dimostrare l’inesistenza delle camere a gas. Sicuramente però Mattogno affronta la questione sia da un punto vista storiografico che tecnico. A me da “cultore della materia” interessano entrambi ma come medico mi compete solo quest’ultimo aspetto, in particolare quello chimico e medico, sul quale Mattogno stesso però dice di non essere un esperto.

CANZANO – Non trovi ingiusto il comportamento del mossad nei confronti di Mordechai Vannunu? In effetti era un ebreo.

ROTONDI – Penso che la critica alla politica dello Stato di Israele è una cosa e la negazione dell’Olocausto è un’altra. Sono assolutamente contrario all’uso politico della Storia e te lo dico perché mi fai una domanda sul Mossad dopo una discussione sulla realtà del genocidio nazista. Sul caso in questione, che conosco assai poco, in linea generale il mio sogno sarebbe lo smantellamento di tutti gli arsenali nucleari. Se Vanunu ha rivelato segreti sul programma nucleare di Israele per spirito autenticamente pacifista non può che essermi simpatico, come mi sarebbe simpatico qualsiasi altra persona che avesse fatto lo stesso in qualsiasi altro paese. Ma mi pare anche inevitabile che un tecnico nucleare che riveli segreti militari di stato venga arrestato, sarebbe stato arrestato e condannato duramente in qualsiasi stato democratico o antidemocratico; il fatto che sia ebreo non vedo perché avrebbe dovuto aiutarlo. Discorso diverso è che, dopo aver scontato la pena, venga ancora incriminato solo per aver rilasciato delle interviste: questo sicuramente fa pensare a un accanimento verso un uomo che probabilmente è visto da molti nel suo paese come un traditore ma al quale Israele deve necessariamente riconoscere i diritti imposti dalle leggi internazionali.

BIOBIBLIOGRAFIA

Francesco Rotondi, nato a Napoli nel 1962, vive e lavora ad Avellino come dirigente medico presso l’Unità Operativa di Cardiologia – Unità di Terapia Intensiva Coronarica dell’Ospedale Moscati di Avellino.
Nel 2005 ha pubblicato per le Edizioni Scientifiche Italiane “Luna di Miele ad Auschwitz”, un saggio sul cosiddetto “negazionismo scientifico” della Shoah, con prefazione di Luigi Parente, professore di Storia contemporanea all’Università L’Orientale di Napoli.
“Luna di miele ad Auschwitz” è stato presentato ad Avellino dall’Osservatorio Politico-Sindacale “Vardaro” di Francesco Saverio Festa, professore di Storia della Filosofia Politica all’Università di Salerno, e dalla Agenzia letteraria ALEM di Tina Rigione .
Successivamente Rotondi è stato invitato a presentare il suo libro alla Fiera Internazionale del Libro di Torino dove sono intervenuti gli storici Marco Scavino dell’Università di Torino e Claudio Vercelli dell’Istituto “Salvemini” di Torino.
Sul suo blog, www.francorotondi.blogspot.com, è possibile leggere le sue repliche a “Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz”, il libro che il revisionista italiano Carlo Mattogno ha scritto in risposta al suo saggio.
E’ in corso di stampa un suo articolo sul negazionismo olocaustico che sarà pubblicato sul prossimo numero di “Resistoria”, rivista dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza

giovanna.canzano@email.it.it

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