Il Turati di Gaetano Arfè "Uomo giusto, uomo buono, maestro"

di Giovanni Scirocco

Nel trigesimo della scomparsa di Gaetano Arfé. “Il Ponte”, in occasione del 150esimo anniversario della nascita di Filippo Turati, aveva deciso di pubblicare un numero speciale, ripubblicando un vecchio saggio di Arfé, chiedendogli di scrivere una breve introduzione. Ma Arfé non ha fatto in tempo e i curatori del fascicolo, Andrea Panaccione e David Bidussa, hanno chiesto allo storico Giovanni Scirocco, allievo di Arfé, di soccorrerli. Ecco il testo che ne è nato. Scirocco ce lo fa pervenire in ricordo del grande compagno e maestro di studi storici recentemente scomparso.

Gaetano Arfè avrebbe dovuto scrivere una breve introduzione alla ripubblicazione di questo suo breve saggio su Turati, comparso quasi 50 anni fa sulla “Rivista storica del socialismo” diretta da Stefano Merli e Luigi Cortesi. La morte, sopraggiunta a Napoli il 13 settembre 2007, glielo ha impedito. I curatori di questo numero del Ponte mi hanno chiesto di farlo al suo posto e, dopo molte incertezze, ho deciso di accettare la proposta per ricordare l'amico e il compagno.
“Una lunga fedeltà”: è un'espressione forse abusata, ma non ne trovo di più originali (e di maggiormente pertinenti) per descrivere il lungo rapporto di studio (e di ispirazione politica: solo negli ultimi anni diceva, scherzando ma non troppo, di essere diventato massimalista, di fronte al disarmante spettacolo della sinistra italiana soi-disant riformista) che Gaetano Arfé ha avuto con la figura di Filippo Turati. In un saggio apparso, parecchi anni dopo quello qui ripubblicato, nel volume curato da Maurizio Degl'Innocenti, Filippo Turati e il socialismo europeo (Guida, Napoli 1985), Arfè scriveva, nel suo bello stile, elegante e chiaro, che “parlare di Filippo Turati è per me cosa che si colloca tra la storia e la più intima autobiografia. Non ho conosciuto Turati, ma per vie indirette, per il tramite di molti e diversi fili che si dipartono dalla sfera dei sentimenti e da quella delle idee, posso dire di averlo avuto tra i miei maestri di vita morale e di politica”.

Filippo Turati

Ancora, ristampando nel 1992 per Lacaita Le vie maestre del socialismo, di cui nel 1966 aveva pubblicato la seconda edizione insieme a Rodolfo Mondolfo, curatore dell'edizione del 1921, ricordava nell'introduzione che in quell'occasione lo stesso Mondolfo “fece pervenire a Nenni il suggerimento di affidarmi la segreteria del futuro partito unificato, sicuro che sarei stato fedele interprete dell'insegnamento turatiano. Mi cadde, invece, sulle spalle la direzione dell' Avanti!, fino al primo congresso, mi assicurò Nenni; e la tenni per dieci anni, mancando ogni volta l'accordo sul nome del successore”. Concludeva poi quell'introduzione con il racconto di quanto narratogli da un altro protagonista del riformismo italiano, Giuseppe Faravelli: Turati, dopo la morte della sua compagna di lotta e di vita, Anna Kuliscioff, aveva meditato a lungo sull'idea del suicidio, ma ne era stato distolto dal pensiero di dover mettere ancora in ordine le sue carte e i suoi libri: chi è stato vicino a Gaetano nell'ultimo periodo, non facile, della sua vita e ha conosciuto l'amore che egli ha nutrito per la sua biblioteca (ora, dopo lunghe peregrinazioni, a Firenze presso la Fondazione Turati) non può non pensare a quanto l'esempio di Turati sia stato importante per Gaetano Arfé.
Venendo al saggio qui riprodotto, non si può non notare il riferimento critico e di metodo al “filologismo” di cui, in quegli anni, si faceva portavoce, nell'ambito degli studi di storia del movimento socialista, Gianni Bosio, cui pure Arfè, fu, come a Raniero Panzieri e a Giovanni Pirelli, umanamente sempre legato, anche dopo il loro allontanamento dal PSI e fino alla loro scomparsa. Fu lo stesso Bosio, secondo il ricordo di Arfé, ad imporre la pubblicazione del saggio ad una redazione della “Rivista storica del socialismo” piuttosto perplessa. Una posizione storiografica critica per certi versi simile (e non contraddittoria per chi, come Arfè, si era formato al magistero napoletano del crociano Istituto di studi storici, ravvivato dalle letture di Gramsci e Salvemini) a quella, marxista e storicista al tempo stesso, che aveva portato Bosio a dover abbandonare, all'inizio degli anni '50, la direzione di “Movimento operaio”.
Ma le implicazioni politiche erano, in Arfé, ovviamente differenti: la “ricerca minuziosa e accurata” non basta a render conto della complessità storica di uomini come Matteotti e Turati e, soprattutto, a superare i pregiudizi che la storiografia più legata a schemi di partito aveva accumulato nei loro confronti e verso il riformismo “considerato di volta in volta come espressione di corporativismo operaio, come veicolo di corruzione del movimento socialista nella sua funzione di puntello del liberalismo giolittiano, come complice della borghesia nella guerra, come forza sabotatrice della rivoluzione, come formula di copertura per una politica di capitolazione di fronte al fascismo”, in base ad un criterio di giudizio che misurava gli atteggiamenti di Turati e del riformismo solamente in base alla maggiore o minore distanza da una posizione politica (quella del Partito comunista d'Italia che, con la sua nascita, segnava il passaggio del movimento operaio italiano dalla preistoria alla storia) ritenuta giusta in partenza. Un'operazione politica e culturale che Togliatti fece propria, e di cui Arfè non discuteva la legittimità, ma ne criticava semmai, e con ragione, l'efficacia sui tempi lunghi della storia L'onestà storiografica di Arfé lo portava comunque a ricordare che nel 1952, ricorrendo il sessantesimo anniversario della fondazione del PSI, lo stesso Bosio, che pure turatiano non era, ideò un manifesto recante le immagini di Andrea Costa e di Turati, che gli fu restituito dalla Direzione, segretario Nenni, mutilato dell'effigie di quest'ultimo.

Gaetano Arfé

Il Turati di Arfè è ovviamente altro, rispetto alla vulgata comunista: l'alfiere di “una coerente e organica politica socialista, che non dissocia dalla fedeltà ai motivi ideali una capacità di realistica valutazione delle situazioni politiche”, attento quindi alla costruzione di un socialismo nella democrazia e nella libertà, proprio perché consapevole che esso non può prescindere da un rapporto con le classi popolari che non sia semplicemente nei termini di avanguardie-masse: un tentativo interrotto bruscamente dalla prima guerra mondiale, nel cui contesto si inserisce anche la rivoluzione sovietica.
Arfè solleva in questo modo un tema sul quale tornerà, in un contesto storico-politico assai diverso, nei suoi interventi turatiani degli anni successivi: quello del rapporto tra il leader e i suoi seguaci, cementato, nell'età della Seconda Internazionale, da una concezione del marxismo come etica collettiva e religione civile che consentì alla classe lavoratrice “di darsi una propria organizzazione politica, di dotarsi di propri strumenti di propaganda e di cultura, di levarsi al rango di cittadini, di aspirare a una funzione dirigente nella società (…) Turati non è e non vuole essere un capo. Guida e maestro, egli intende camminare al passo con il movimento, indicando la strada, la “via maestra”, tentando di evitargli errori irreparabili, ma mai pretendendo di operare in suo nome senza una esplicita delega, senza un attivo consenso”: Sono parole del già citato saggio del 1985, nelle quali non è difficile ritrovare un'eco critica della deriva leaderistica subita dal PSI proprio in quegli anni (leadership cui va però riconosciuto il merito della riscoperta, sia pure spesso superficiale e propagandistica, del ruolo di Turati nella storia del socialismo italiano) e che, comunque, pongono un problema di ordine più generale, quello di una “pedagogia del riformismo” che Turati, “educatore di masse” più che capo (ma conscio della necessità di “aiutare i fatti a dargli ragione”) aveva ben presente e che dopo di lui è stata smarrita, motivo non ultimo della sconfitta storica del riformismo socialista in Italia.
Era una constatazione che in Arfè, degno epigono della tradizione della storiografia etico-politica, finiva per diventare anche metro di giudizio: “Non è nella regola, al giorno d'oggi, esaltare nell'uomo politico i sensi di giustizia e di bontà; non è nelle regole della storiografia assumerle a criterio, quand'anche secondario e integrativo, di interpretazione storica, di valutazione critica, di una personalità e di un gruppo. E però io credo che, quando il giudizio storico, che comprende sempre anche in sé il giudizio morale, si esercita sugli uomini, quando esso abbia a oggetto figure che hanno lasciato di sé profonda traccia nella storia, il prendere in considerazione la genesi ideale e la qualità del loro ethos politico sia non solo corretto, ma necessario per penetrare nell'intimo di un fenomeno, per ricostruirlo dall'interno”. Sono, ancora una volta, parole strettamente legate alla biografia del suo autore. Permettete quindi anche a me, in conclusione, uno strappo alla regola, salutando Gaetano Arfè, per tutti quelli che l'hanno conosciuto “uomo giusto, uomo buono, maestro”, come il suo Turati.

*) Università di Bergamo

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