Chavez e il Re

DI MAURIZIO CHIERICI

La conferenza dei paesi latini a Santiago del Cile si è sciolta con una provocazione di Hugo Chavez, presidente del Venezuela. Gomito a gomito con 21 capi di stato, per tre volte, davanti alle telecamere ha detto che l’ex presidente spagnolo Aznar é < fascista e razzista >, raccontando un colloquio nel quale Aznar lo invitava a rompere con Castro per unire il Venezuela al fronte moderato disinteressandosi della disperazione dei paesi alle corde ( Haiti, Africa, eccetera ): < non c’ è niente da fare, sono irrecuperabili >. Insiste nel racconto delle tracce visibili lasciate dal governo di Aznar quando appoggiava i golpisti che hanno imprigionato Chavez nel 2002. Non lontano dalle elezioni di primavera, Zapatero non poteva tacere ed ha invitato Chavez al rispetto delle forme perché l’ Aznar detronizzato non era presente quindi non poteva replicare come pretendono le buone maniere di ogni democrazia. Chavez l’ha interrotto ripetendo le accuse, e re Juan Carlos seduto come un’icona accanto a Michelle Bachelet, padrona di casa, non è riuscito a tacere invitando Chavez al silenzio con l’impazienza di un sovrano offeso dallo < sproloquio >. Appena il redivivo e ondivago Daniel Ortega ha preso la parola spalleggiando Chavez , il re ha lasciato il tavolo con passi di sdegno. Tema della riunione era l’inclusione sociale, impegno per assottigliare le disuguaglianze che dividono questa America; strategie per avvicinare 220 milioni di persone ( 43 per cento della popolazione ) alle risorse finanziarie che stanno arricchendo paesi fino a qualche anno fa alla deriva. Si sono trasformati in tigri latine: prodotto lordo che sfiora il dieci per cento per l’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime. Miracoli della macroeconomia delle esportazioni, eppure il benessere non coinvolge il cerchio immenso delle baracche che assediano le città. Si moltiplicano i tetti di latta, le immondizie diventano beni preziosi. E l’emigrazione resta l’ultima speranza, viandanti minacciati dal rallentare dell’economia negli Stati Uniti. L’anno scorso 47,88 miliardi di dollari spediti dall’America numero uno hanno consolato le famiglie che sopravvivono nell’America numero due. Alla vigilia dell’incontro di Santiago il Brasile annuncia la scoperta di un bacino petrolifero sterminato nei fondali atlantici davanti a Santos: 8 miliardi di barili per il momento, ma le ricerche continuano. Otto miliardi che portano la Petrobas ( controllata dallo stato, minoranza segmentata di privati ) a 19 miliardi di barili trasformando i brasiliani in concorrenti alle esportazioni del Venezuela. America Latina- cassaforte: non solo gas e petrolio, grano, soia, carne e ogni ben di dio, ma viscere dalle quali escono materie prime indispensabili allo sviluppo tecnologico delle società avanzate. Per dare un’idea della disuguaglianza, nel continente più ricco di acqua dolce nel mondo, 77 milioni non sanno cos’è l’acqua potabile e non riescono a mangiare una volta al giorno. Colera e altre lebbre restano endemiche mentre le transnazionali arrotondano i bilanci liquidando con pochi centesimi padroni di casa per un secolo rassegnati. Un disastro ( solo per l’acqua ) di un milione di morti l’anno ed età media di sopravvivenza che nelle regioni andine non arriva alla terza età, almeno come la intendiamo noi. I presidenti che in passato avevano tentato di ristabilire un minimo di dignità nazionale, sono finiti come sappiamo: dalla Bolivia dei cento colpi di stato al rame di Salvador Allende. Per non impantanarsi nelle retorica e nel populismo di una classe politica lenta e corrotta, nutrita dalla filosofia arcaica del latifondo – grandi famiglie ed eterni notabili -, nella seconda metà del novecento il mercato aveva scelto la scorciatoia dei governi militari: disciplinati, efficienti nell’interpretare gli egoismi delle capitali del nord. Ugualmente corrotti ( Pinochet ) ma in grado di controllare con la violenza ogni trasalimento. I vent’anni finali del liberismo hanno grattato il fondo. Le derive argentine e di piccoli paesi confermano un fallimento che ha sfinito mezzo continente.
Adesso l’America Latina volta pagina. La disperazione ha rafforzato la socialdemocrazia interpretata in modo diverso da figure politiche disuguali, eppure legate dallo stesso impegno: riappropriazione delle risorse. Bisogna dire che non ce l’avrebbero fatta senza la distrazione lunga otto anni dell’amministrazione Bush figlio, eppure l’adolescenza della democrazia non ha sciolto le inquietudini. Nelle società in trasformazione si affacciano protagonisti quasi sempre uniti, con intonazioni diverse, dalla diffidenza verso l’altra America.. Vogliono fare da soli, a volte con personalismi esasperati da nazionalismi e populismi verso i quali la nostra cultura resta critica senza considerare di quale cultura li abbiamo nutriti. E quanti timori sopravvivono dopo cento anni di solitudine sorvegliata a mano armata. L’incidente di Santiago è un sintomi di questi timori. Ed è sconsolante si sia messo da parte il motivo dell’incontro – l’integrazione sociale – con personalismi a volte legittimi ma lontani dalle urgenze di 220 milioni di senza niente. Intemperanza di Chavez, errore della famiglia presidenziale Kirchner che si è servita della scena bene illuminata per polemizzare contro gli spagnoli del petrolio e delle Aereolineas Argentina. Il petrolio sgorga da ogni malumore. Ecco il dubbio: petrolio e democrazia possono sopravvivere nelle società che si riappropriano dei diritti negati dal così detto mercato ?
Democrazia è una parola di gomma. Cambia significato da un paese all’altro, anche se ogni governo assicura di pretenderla e volerla difendere da interferenze esterne. Ci si divide sulle strategie che non sempre le democrazie mature trovano equilibrate. Macchina della democrazia dovrebbe essere il voto libero e i voti liberi sostengono i cambiamenti, eppure le procedure non convincono lo scetticismo delle democrazie che hanno bisogno di petrolio. Uno dei motivi può essere la disuguale concezione dello stato di diritto raccontata con sufficienza a volte irritanti da un’informazione parziale e distrattamente documentata. L’ultimo voto argentino ha indicato trionfalmente Cristina Fernandez de Kirchner alla guida del paese. Ma la signora Kirchner è sposata col presidente Kirchner il quale le ha ceduto la poltrona ( alla quale poteva concorrere ) con bizzarre primarie consumate in famiglia. Uso dei mezzi di stato nella campagna elettorale, media in ginocchio. Eppure nessuno è rimasto perplesso. Una donna, evviva. Hugo Chavez sta cambiando la costituzione chiedendo agli elettori la possibilità della rielezione indefinita. Sopravvissuto al colpo di stato, negli otto anni di presidenza ha aperto sei volte le urne. Per sei volte la gente lo ha riconsacrato con percentuali quasi bulgare: tra il 60 e l’80 per cento. Populismo e centralismo fanno arricciare il naso agli osservatori educati i quali devono tener conto di cosa succede ai venezuelani senza censo: ospedali pubblici, risanamento dei ranchos-favelas, scuole di stato e università < bolivariane > dove gli studenti poveri ricevono uno stipendio minimo per tirare avanti senza trascinarsi nelle strade. Torna la domanda: le decisioni elettorali ( monitorate da centinaia di osservatori europei, latini e nord americani, commissione Carter ) devono essere considerate legittime come succede nelle democrazie tradizionali, o pericolose per il futuro energetico dell’umanità ? Il petrolio resta una mina vagante per ogni democrazia ? Uribe, presidente della Colombia, ha già cambiato la costituzione, si è fatto rieleggere ed è pronta la variante che gli permette potere eterno. Uribe è l’anima dell’ America di Bush nel continente incamminato verso l’indipendenza. Inspiegabilmente nessuna meraviglia e nessuno approfondisce le tragedie del suo governo: ministri che si dimettono davanti a prove di voti raccolti da narcos o paramilitari di una destra super armata. Due settimane fa la sinistra ha conquistato Bogotà. Per importanza il sindaco della capitale è l’autorità politica numero due del paese dopo il presidente. Poche notizie frettolose sui venti candidati dell’opposizione assassinati durante campagna elettorale. Silenzi che nascondono l’immagine di un posto dove 2 milioni di profughi in fuga dagli scontri eserciti- guerriglie preoccupano Nazioni Unite e tutori dei diritti umani. Anche in Brasile il partito del Lula presidente sta proponendo di ritoccare la costituzione per permettere il terzo mandato. La popolarità di Lula supera l’80 per cento. La gente è convinta: via lui va torna il caos. Lula respinge l’ipotesi. La ritiene < antidemocratica >, ma i supporter lavorano ad un referendum, e se il referendum verrà proclamato quale forma di democrazia Lula potrà scegliere ? Anche Correa, faccia nuova dell’Ecuador, sta cambiando la costituzione. Due lauree Usa e a Bruxelles, parla quetchua e aymara: rovesci l’architettura dello stato per dare una mano a milioni di ecuadoriani da sempre abbandonati. Come Lula, anche Correa respinge la riconferma indefinita. Morales in Bolivia affronta, debolissimo, gli stessi labirinti: nuova costituzione, nazionalizzazione delle risorse e diritti equi nei contratti finora imposti da potentissima multinazionali. Specchiandosi della paralisi politica nello stato petrolifero di Zulia in Venezuela, gli stati petroliferi della Bolivia raccolgono un’indignazione antigovernativa dietro alla quale spuntano gli interessi delle imprese alle quali sta tagliando le unghie. Dal Messico al Cile questa America é d’accordo nell’impegno di eliminare le vite diverse che dividono le zone rosa del potere da immense favelas senza speranza, e d’accordo nel vendere a prezzi di mercato materie prime fino a ieri liquidate con gli spiccioli. D’accordo nella creazione della Banca del Sud inventata da Chavez, da contrapporre a Banca Mondiale e Fondo Monetario. La maggior parte dei paesi vogliono fare da soli e da soli scegliere investitori e clienti adesso che la Cina sbarca con capitali ragguardevoli. La nostra economia è preoccupata, ma le regole della democrazia consentono questa libertà mentre la tecnologia cambia la vita di ogni giorno con un dubbio ormai pesante: pane o benzina ? Mangiare oppure la fuori serie che corre in ogni spot ? Macchina, naturalmente, quindi soia transgenica che rende sterili i terreni e ingrassa il bottino delle De Monte and company. Restano le divisioni sui modi e le forme della trasformazione mentre le intemperanze di Chavez alimentano le caricature che un certo tipo di giornali hanno cominciato a disegnare quando l’uomo nuovo del Venezuela non si è dimostrato l’uomo di paglia che i petrolieri speravano. Percorso accidentato. Responsabilità e misura dovrebbero animare ogni buon governo. E’ vero che i 220 milioni di affamati si sciolgono dalla contentezza appena Chavez disprezza i potenti e garantisce il socialismo del secolo ventuno. Il re di Spagna dopo Bush. Entusiasmi di pancia, ma le colonie dell’economia non si arrendono e Chavevz dovrebbe imparare ad attrezzare civilmente le popolazioni che intende tutelare, non esporle alle tentazioni di un estremismo di parole. Consolidare il diritto alle risorse significa favorire la cultura civile delle masse finora trascurate, nella consapevolezza delle difficoltà che le reti della democrazia comportano. Jorge Giordani, padre immigrato romagnolo, ministro della pianificazione, e professore al quale Chavez si era rivolto dal carcere quando lo voleva relatore della tesi in scienze politiche; qualche mese fa Jorge Giordani ha regalato al presidente un libro scritto da un gesuita nel ‘600: elogio alla prudenza. Il presidente non deve averlo sfogliato. Anche il re Borbone se ne è fregato del protocollo che la costituzione gli assegna. Chissà cosa sta pensando di questo sovrano del sud, Elisabetta, regina del nord. Illuminata dai gioielli della corona, parla in pubblico solo una volta l’anno leggendo il programma di governo scritto dal primo ministro. Anche il Pais di Madrid è perplesso: e se Juan Carlos tornasse nell’ ombra rispettando la costituzione che lo vorrebbe mediatore invisibile e non comprimario nei discorsi da bar ?

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