Elezioni politiche 2006. Guai ai vincitori

L’Italia, non è un Paese di moderati. Neanche chi giura, e si professa tale come Berlusconi che addirittura minaccia lo sciopero fiscale.
La moderazione è un atteggiamento che si sostanzia caso per caso, è la “sintesi ragionevole” di una parte con le ragioni dell’altra. La moderazione risiede nella valutazione attenta delle ragioni avverse senza mancare, però, di riconoscerne la giustezza, quando fosse evidente, sino ad arrivare alla loro accettazione.
L’italiano medio non è avvezzo ad adoperarsi in questa sintesi: o pasce nell’essere “bacchettato” per venti anni, o si bea della “libertà” a tutto tondo sguazzando nella sregolatezza. Pecora o leone e, comunque, senza etica.
E’ insofferente alla regola, ecco perché, per antonomasia, non può essere considerato un moderato. Si badi bene, insofferente non tanto alle leggi che hanno un valore cogente ed impositivo di forte deterrenza, ma intolleranza per le regole che sono necessarie per un minimo di disciplina e, nello stesso tempo, la loro violazione non prevede punizioni esemplari.
Guai ai vincitori se, al di là delle contingenze serratissime che il Paese deve affrontare con la massima serietà ed urgenza, non coniugheranno la volontà propositiva dei programmi con le esigenze e le proposte quand’anche provenienti dall’opposizione. Non abbiamo certo bisogno di governi stagionali, specie oggi.
Se il nuovo governo fallirà, fallirà perché non avrà saputo adoperarsi nelle “sintesi ragionevoli” e necessarie per la gestione della cosa pubblica. Ma se fallirà, sappia, questo centrosinistra, che non governerà perlomeno per le prossime due legislature a venire.
E’ il momento di operare. L’elettore pretende che vengano mantenute le promesse senza scuse pretestuose. Non ammetterà impotenze dovute a responsabilità attribuite alla gestione precedente.
L’elettore moderato, dimostrerà tutto il suo estremismo proprio se e proprio quando dovesse recepire e prendere atto di un governo che dovesse mostrarsi elusivo, litigioso ed inadempiente.
Questa volta, il pericolo di destabilizzazione, all’interno del centrosinistra, non sarà Bertinotti, non saranno i comunisti. Il pericolo “caduta” proviene proprio da quella frangia moderata, pseudo-tale, che già mostra segni di insofferenza per il magro risultato elettorale raggiunto.
Si tratta di partiti la cui consistenza è, oggi, tradizione ma “cartacea”, di riflesso o pregressa quando non addirittura millantata. In quest’area, il nervosismo sembra imperare più che altrove. La strategia diventa anfibia, ambigua, sibillina.
I veri progetti, le relazioni tra partiti, anche con schieramenti opposti, diventano allora possibili, segreti ed ammiccanti. Si traducono in accordi. Il lungo periodo su cui fanno leva per ottenere visibilità e potere, è campo fertile di quella che, con disarmante spregiudicatezza, essi definiscono: la politica.
Del resto, “le vivacità” all’interno degli schieramenti e non solo, sono tipiche proprio di questa area pseudo-moderata che ha mostrato di prediligere la sclerosi di posizioni tipiche degli opposti estremismi piuttosto che il favore e la disponibilità per il diverso da sé.

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